09-04-2026 ore 20:02 | Cultura - Arte
di Valentina De Gregorio

Luoghi da vivere e amare: Crema è un esempio di placemaking. La mostra al san Domenico

Grandi complimenti per la città di Crema da parte dell’autrice Valeria Lorenzelli che, nella serata di ieri 8 aprile, ha presentato il suo libro Placemaking. Creare luoghi vivi, amati, attraenti presso la sala Bottesini. Il volume ha inoltre ispirato la mostra fotografica Placemaking: luoghi connessi con le persone a cura di Lorenzo De Simone, attualmente allestita presso la Galleria Arteatro della Fondazione San Domenico, promossa da Fiab Cremasco, in collaborazione con Rotoraduno, A.S.D. Overlimits e Dodici nodi. Guidata dalle domande di Massimo Servegnini, tesoriere di Fiab Cremasco, l’autrice ha raccontato il suo progetto, mettendolo in relazione con gli scatti di Lorenzo De Simone, che con un taglio unico racconta architetture e città come organismi sociali. Il primo passo è stato chiarire che cosa sia il placemaking e perché l’Italia sia diventata un modello a cui i Paesi esteri ambiscono, scoprendo come per l’autrice la città di Crema sia una “sintesi naturale” di questo approccio.

 

Che cos’è il placemaking

Valeria è un'urbanista che conosce molto bene la città di Cremona: per un decennio ha cercato gli strumenti per rivitalizzare il centro storico, ma le risposte trovate non erano sufficienti per attivare davvero la città. Così nel 2012 è volata a New York, dove ha partecipato a un educational tour incontrando gruppi che gestivano parchi, piazze e quartieri. In quel periodo la Grande Mela stava affrontando una crisi urbanistica e stava cercando di riqualificare la città, ispirandosi ai modelli delle piazze italiane. Questo processo prende il nome di placemaking, mira a rafforzare il legame tra le persone e i luoghi, ponendo al centro la persona e la qualità della vita. Richiede un vero e proprio cambio di prospettiva. “Ho voluto scrivere questo libro perché ovunque, quando di parla di placemaking, tutti hanno come obbiettivo quello di costruire la città come la si fa in Italia. Il placemaking è un movimento che c’è all’estero, e che forse noi non conosciamo, ma di cui ne siamo modello” spiega Valeria con orgoglio e spirito patriottico. Da qui nasce la sua idea di un modello di progettazione adattabile al contesto italiano: nonostante siamo fonte di ispirazione per molti Paesi, in Italia non mancano spazi vuoti e piazze da animare. Sul territorio esistono già tante piccole iniziative, soprattutto dal basso, che per Valeria andrebbero riunite. Ricorda con piacere le attività di rigenerazione urbana svolte dall’associazione 12 Nodi, mentre Massimo Servegnini commenta così il lavoro svolto da Fiab cremasco: “Le micro azioni che facciamo non hanno lo scopo di risolvere il problema, ma fare qualcosa che ci possa servire e che sia da stimolo agli altri per cominciare a pensare, agire, sviluppare un modo nuovo di essere cittadini, partecipare”

 

La mostra: il percorso attraverso il “tempio” del placemaking

Valeria racconta così l’inizio della sua collaborazione con il fotografo: con Lorenzo De Simone è nata questa sinergia dopo aver visto le sue foto e la sua capacità di raccontare le città e l’architettura. Mi piace tantissimo il suo occhio, riesce sempre a mettere dentro delle persone che usano lo spazio, come la piazza piuttosto che un palazzo. Gli ho dato il mio manoscritto, che gli è piaciuto tantissimo. Poi un giorno sono andata a trovarlo e abbiamo provato a trovare delle foto che corredassero ogni capitolo. Alla fine, il libro è stato pubblicato in bianco e nero, ma è da questa idea che è nata la mostra”. L’ immagine simbolica di un tempio, scelta per rappresentare la progettualità del placemaking all’interno del libro, è stata mantenuta anche nella mostra. Alla base del tempio ci sono i luoghi fisici, rappresentati dalle prime fotografie che i visitatori incontrano all’ingresso. Tra queste, immagini di luoghi di culto mostrano come le architetture, per quanto ricche di oggetti, restino vuote finché non vengono abitate dalle persone, che l’autrice colloca vertice del tempio. Con la loro presenza danno senso allo spazio, creando memorie e relazioni attraverso le attività quotidiane. Perché ciò avvenga, gli spazi devono rispondere ai bisogni delle persone, il tetto poggia dunque su quattro colonne solide: la mixité, l’accessibilità, gli eventi e la governance . Ad ognuno di questi quattro pilastri è dedicato uno spazio nella mostra, quasi a sostenere simbolicamente il soffitto del San Domenico, per l’autrice esempio perfetto di placemaking. Qui lo spazio vive durante tutta la giornata, ospitando non solo spettacoli teatrali, ma anche mostre ed eventi culturali. Il filo conduttore è la comunicazione, spesso trascurata nel contesto italiano ma fondamentale per raggiungere le persone.

 

Mixitè e accessibilità

La Mixitè è termine tecnico dell’urbanistica, indica l’uso misto di uno stesso spazio urbano, un luogo che, nel corso della giornata, assolve diverse funzioni mantenendo la sua vitalità. Un concetto tipico delle insulae romanae, che si è perso negli anni Sessanta con la separazione della città in aree specializzate, lo zoning. Come osserva Valeria: “se dividi le funzioni usi lo spazio solo in alcuni momenti della giornata o dell’anno, e quando non lo usi rimane terra di nessuno”. In mostra si può apprezzare come una semplice passerella ha trasformato una scogliera in luogo in cui poter prendere il sole di giorno e guardare le stelle di notte. Vivere uno spazio vuol dire anche potervi accedere: “l’accessibilità è un tema universale dal mio punto di vista. Quando si parla di accessibilità spesso si pensa solo alle auto, ma l’equità dello spazio pubblico richiede che chiunque possa entrare: chi è in carrozzella, chi è a piedi, chi è in bici, c'è un equilibrio che deve essere mantenuto”. In mostra immagini di bui passaggi pedonali denunciano questa disattenzione. L’autrice continua. “L’equità è anche di portafoglio, non tutti, soprattutto i ragazzi giovani, hanno la possibilità di spostarsi in auto. L’ accessibilità è anche cognitiva: parlando di Lingua dei segni, in una cascina che gestisco abbiamo tradotto il menù con dei video in lingua dei segni.”

 

Eventi e governance : il mercato e la passeggiata tipica cremasca

La terza colonna ricorda come anche iniziative temporanee e improvvisate, come un parco popolato nella pausa pranzo, generano relazioni e animano la città. Così come il mercato, tradizione antica ed evento immancabile nella quotidianità, è un esempio di placemaking caro a noi cremaschi. Abbiamo discusso con Valeria del rito italiano della passeggiata e ci ha raccontato che secondo uno studio di Londra passeggiare tra le vie del centro storico non è solo un atto di piacere, ma può portare anche concreti benefici economici per le attività commerciali, con con incrementi del 30-40 per cento quando le vie sono ben gestite e pulite. “Crema è l'esempio del fatto che se c'è una buona qualità le persone amano stare e passeggiare”.  La gestione è fondamentale in una città, che deve prestare attenzione a tutti quegli elementi che non si vedono ma che si percepiscono nella qualità della vita: “Per far sì che qualcosa accada ci vuole organizzazione “. Nella mostra, Venezia rappresenta l’emblema della governance, per l’attenzione posta ai flussi di turisti, ai passaggi pedonali e alle maree. Valeria anche in questa occasione ha omaggiato la nostra città apprezzando particolarmente la gestione del tour del campanile del duomo. “Crema ha una qualità urbana elevatissima, quindi non può solo che migliorare, non perdete la consapevolezza e l'orgoglio di essere una città davvero bella, davvero a misura di persone”.