Se ne sente parlare ormai da alcuni anni. Ma “che cos’è?”: la solita domanda socratica così semplice e così complicata, per chi tenta una risposta. O per meglio dire aperta a divergenti risposte, come tutto ciò che è umano. Azzarderò una possibile interpretazione, ovviamente nel limite delle mie circoscritte conoscenze sull’argomento.
Post-teismo e trans-teismo
Innanzitutto un lessico di base. C’è chi lo definisce post-teismo e chi trans-teismo. Il primo termine allude a un “dopo” nel tempo, quindi a un traguardo, forse provvisorio, a cui la cultura religiosa contemporanea è approdata. Il secondo indica un “oltre” che sottintende un giudizio di valore, un “al di là e al di sopra” del teismo.
Teismo e deismo
Il cristianesimo è una forma di teismo. Il teismo è la credenza in un dio personale, ossia un Dio che è esse, nosse, velle: essere, conoscere, amare, a cui corrispondono le tre persone della Trinità. Dio è padre e provvidenza, e ama le sue creature. Al contrario il deismo, geniale invenzione abbracciata dalla maggior parte dei filosofi illuministi, tenta di scongiurare le guerre di religione che devastano la storia moderna. Per mettere tutti d’accordo, cancella i dogmi “accessori”, e riduce al minimo le verità di fede: l’anima è immortale e nell’al di là un premio attende i buoni, un castigo i cattivi. Dio è un orologiaio che non interviene nella storia, se non nel momento della creazione: dà la carica all’universo e poi ne resta fuori. In qualche modo il deismo rivive nel rifiuto post-teistico di un rigido armamentario di dogmi.
Personalismo e antropomorfismo
Il personalismo del cristianesimo è spesso denigrato come antropomorfismo, ossia visione della divinità come simile (quasi) in tutto all’essere umano. I Greci avevano una religione politeistica e antropomorfica, se pensiamo agli dei dell’Olimpo, celebrati nell’epica omerica. Erano invidiosi, gelosi, vendicativi, guerrafondai. C’erano poi i filosofi che propendevano per il monoteismo, ma vedevano nella divinità un Demiurgo che dà forma a una materia pre-esistente (Platone) oppure un Atto puro che pensa solo (a) se stesso, non ama gli uomini, e Motore immobile che imprime il movimento alle sfere celesti (Aristotele). Oggi gli studiosi paragonano il personalismo all’antropomorfismo, forti di alcuni secoli di critica della religione, che conducono Feuerbach a dire che Dio non ha creato l’uomo, ma è l’uomo che si è inventato Dio, e Nietzsche a lanciare il drammatico grido “Dio è morto”.
Panteismo e panenteismo
Ancor più sottili distinzioni si fanno fra panteismo e panenteismo. Il primo considera Dio immanente, presente in tutto l’universo; il secondo lo ritiene trascendente e superiore rispetto alla natura: tutto è in Dio, ma non esaurisce l’essere di Dio. La filosofia di Spinoza è una sorta di panteismo che identifica Dio con la Natura, pur distinguendo fra Natura naturans e Natura naturata, ossia i due volti divini del creare e dell’aver dato vita alla natura. Il panenteismo si può in qualche modo riportare al pensiero di Teilhard de Chardin, secondo cui Dio è sia immanente nella Natura sia trascendente rispetto ad essa. Tuttavia il gesuita si dichiara panteista, e di ciò la Chiesa, a torto o a ragione, lo accusa.
Misticismo
Infine il misticismo, da sempre sinonimo di esperienza della ineffabile divinità, ad esempio nel pensiero di Meister Eckhart (teologo tedesco vissuto fra il XIII e il XIV secolo), è presente nel post-teismo come meditazione su ciò che resta della divinità, una volta privata degli attributi personalistici. E qui si apre una pluralità di interpretazioni, che concordano nella negazione del personalismo, ma stentano a definire l’alternativa.
Un’interpretazione possibile
Ritengo che il post-teismo sia per certi aspetti assimilabile allo gnosticismo dei primi secoli d.C., che rappresenta la bestia nera del cristianesimo e in particolare del cattolicesimo. Perché? Per il suo intellettualismo. Il post-teismo celebra la vittoria dell’intellettualismo ellenico aborrito in ogni sua manifestazione dal cristianesimo, dalle origini al giorno d’oggi. Qualcuno dice che esso potrebbe svuotare le chiese, che però, si fa notare, sono già semi-vuote, oppure potrebbe attrarre un pubblico di giovani. Ma i giovani al momento non sembrano trovarsi in sintonia con una religiosità di questo tipo, avvezzi come sono a muoversi fra scienza e tecnica. Infatti il post-teismo propone la meditazione alla ricerca del nostro daimon, della voce della nostra coscienza. Già, la meditazione prende il posto della preghiera. Chi dovremmo pregare, una volta negato il Padre nostro che è nei cieli? Piuttosto proviamo a conoscere meglio noi stessi e a dedicarci alla virtù. Bello, questo mondo di anime candide che si immergono nel tutto-uno, seguaci dell’olismo in ogni sua versione, dalla religiosità all’arte, dalla botanica alla terapia del dolore. Peccato che lo sguardo si volge poi verso il terrificante scenario di guerra a cui ancora non siamo assuefatti. Per non parlare del problema della morte, che vediamo sempre più spesso e rimuoviamo in continuazione. Infine notiamo che la compresenza nel post-teismo di intellettualismo e misticismo sembra un ossimoro, ma anche la gnosi nella sua versione ascetizzante di disprezzo della corporeità conosce esiti mistici. Coloro che resteranno deprivati da un eventuale passaggio al post-teismo prima della loro dipartita da questo mondo sono gli anziani, la cui memoria, nei momenti peggiori, torna alla nenia rassicurante di preghiere apprese nell’infanzia e mai dimenticate. E soprattutto tutte le persone, qualunque sia la loro età, che trovano nella fede una luce di speranza, un motivo di conforto al pensiero di potersi ricongiungere, dopo la morte, con i loro cari. A tutto ciò nessuna filosofia e nessun razionalismo agnostico può offrire una valida alternativa.
Se questa interpretazione non soddisfa, è possibile confrontarsi con altre, o per lo meno con un’altra: quella che verrà presentata lunedì 9 marzo al Caffè filosofico di Crema.
