07-03-2026 ore 19:06 | Cultura - Libri
di Valentina De Gregorio

Milano cambia e cambia male, ma Milano resta, soprattutto negli angoli: Ferrari la mette a nudo

Giovedì sera, 5 marzo, lo scrittore di noir Andrea Ferrari ha chiuso il cerchio della nuova rassegna targata festival Inchiostro, dal titolo Scrittori, nachos e birrette, infuocando la già calda atmosfera del John Keating Pub. Prima dell’evento ci uniamo al tavolo dove è seduto Andrea e iniziamo a conoscere la città di Milano attraverso i suoi occhi: non si definisce uno scrittore, ma un narratore, un viandante che cammina per la città e la racconta nei i suoi noir. Non parla della Milano dei grattacieli, della Fashion Week o delle Olimpiadi, ma di quella del decadimento, della microcriminalità, delle difficoltà che incontra ogni giorno nel suo lavoro di educatore professionale in un centro polifunzionale. Lorenzo Sartori, ideatore della rassegna, ha scelto questo luogo per permettere ad autori, lettori e spettatori occasionali di incontrarsi e dialogare in un clima informale: l’intento si è rivelato pienamente riuscito. Poco prima dell’evento assistiamo allo scambio di operatori di due professioni diverse, ma al tempo stesso molto vicine — come forze dell’ordine ed educatori — che avanti ad una birra e ad un panino, nel pieno rispetto reciproco, hanno trovato uno spazio in cui poter condividere il loro punto di vista su questioni tanto attuali quanto delicate.

 

Raccontare il territorio: una missione.

Andrea restituisce un approccio alla scrittura forse insolito, non come un atto di puro piacere, ma come quasi un atto di dovere e responsabilità. Non si è avvicinato alla scrittura per ispirazione, non la considera un mezzo catartico, ma un canale attraverso cui dare voce alla sua urgenza comunicativa. “Raccontare il territorio è per me una missione. Più racconto della città, dei cambiamenti, delle interpretazioni, più mi porto via dei pezzi. È una questione di carne, di sangue”.  Andrea sente anche una grande responsabilità verso i suoi lettori: chi prende in mano un libro, o addirittura lo compra, non sta offrendo solo del denaro, ma anche la cosa più importante della sua vita, il proprio tempo. La sua missione è quindi raccontare la vera Milano, assumendosi l’onere di restituirle, al tempo stesso, giustizia e ingiustizia. 

 

Crudelmente bella

“Milano, è cambiata male, facendosi raccontare in maniera corrotta”. È la città dei grattacieli, il punto da mettere sul curriculum, e al tempo stesso la città delle marginalità, per lui descritte attraverso la mostrificazione del territorio e delle persone. Quando parla di “mostrificazione”, Andrea si riferisce al modo in cui viene raccontata la riqualificazione urbana. Prima, si dipinge un quartiere come degradato e popolato da persone pericolose, poi si costruiscono nuovi palazzi. La zona diventa bella, i prezzi salgono e arrivano i più ricchi, mentre chi viveva lì viene spinto sempre più ai margini. Per questo Milano è crudelmente bella. Il problema dovrebbe essere affrontato in modo strutturale, lavorando non sulle comunità, ma insieme alle comunità. Chiama Milano anche la grande nespola, perché cerca di imitare sempre di più la Grande Mela di New York. “Milano non è mai un punto che origina, ma un punto che copia. Abbiamo costruito una città dove dobbiamo performare: i valori sono ande dei disvalori”. Una città che pretende di essere sempre performativa finisce per generare un mercato di sostanze che permettono di sostenere quel ritmo, imitando così uno degli aspetti più negativi delle grandi metropoli.

 

La narrazione e il genere noir

Andrea ha scelto di parlare di Milano attraverso il noir perché “è un genere letterario che ha bisogno di un territorio, uno scenario per raccontare delle storie criminali. Il noir presuppone che ci vi sia un personaggio che percorra dei luoghi che sanno molto più di noi. Sta a noi avere il tempo, la voglia, l'attenzione, la capacità di leggere il territorio”. Anche un momento che per molti sarebbe noioso o frustante, come una giornata di traffico sotto la pioggia, per lui merita di essere osservato.  Davanti alla sua auto, un netturbino fumava sotto la pioggia, e guardandolo si è immaginato la sua vita: “ho utilizzato un tempo morto per raccontarmi una storia, che rimane in un file mentale o scritto, che io chiamo maiale, perché dal maiale non si butta niente. Quindi, se la prossima volta dovrò raccontare la storia di un netturbino, non me la dovrò inventare”. L’osservazione è la chiave dei suoi racconti. Proprio perché i suoi occhi e i suoi passi influenzano la narrazione, Andrea non descrive mai una via se non ci è stato almeno tre o quattro volte, in giorni e orari diversi, perché la stessa via si trasforma, assume colori, odori, sapori opposti, dalla notte al giorno. Nelle sue pagine la città è viva, presente, un vero e proprio personaggio; pertanto, non c’è da stupirsi se un palazzo ha le sembianze di un volto. Vuole fare uscire la città e i personaggi dal foglio, quasi a pesare sulle spalle del lettore. Il tono che usa gli consente di trattare dei temi più delicati, con serietà, ma mai in modo troppo serioso: sceglie l’ironia, l’autoironia e il sarcasmo.

 

Milano come il primo amore

Uno dei personaggi più celebri dei suoi libri è il detective Andrea Brandelli, profondamente innamorato e devoto alla città di Milano, al punto di farne la sua unica vera dipendenza. Ricordando proprio questo personaggio, Sartori gli pone un interrogativo finale: Andrea Ferrari sarebbe disposto a lasciare la città Milano? Senza esitazione, il suo “no” è categorico, non potrebbe mai abbandonare questa città. Quando ha iniziato a scrivere, racconta, aveva una visione idilliaca della città, come quella prima fidanzata del liceo, che anche venti anni dopo, quando ci ripensi hai sempre le farfalle nello stomaco. “Adesso forse le farfalle sono vermi, ma è sempre lei, Milano”.