06-12-2023 ore 20:24 | Cultura - Incontri
di Paolo Emilio Solzi

Vittorio Dornetti racconta Rocco Schiavone, l’antieroe di Manzini che piace agli italiani

L’ultimo incontro della rassegna I Martedì con il Professore (che Vittorio Dornetti tiene periodicamente al piano superiore della Libreria Mondadori di Crema) è stato dedicato a Rocco Schiavone, l’antieroe. Dornetti ha esaminato da vari punti di vista – come facendo ruotare un cristallo per meglio osservarlo – il personaggio creato da Antonio Manzini e rilanciato dalla televisione.

 

Antieroe letterario e televisivo

Dornetti ha esordito con alcune osservazioni personali, davanti a una platea di lettori dei romanzi manziniani e fans della serie televisiva con Marco Giallini. Quest’ultimo è ormai identificato con Rocco Schiavone: ha dato un volto al personaggio e lo ha reso così popolare da essersi meritato gli elogi di Manzini. Giallini, che viene dalle farse romanesche di Carlo Verdone, interpreta Schiavone recitando in tono minore, senza enfasi. Dornetti ha chiarito che la sua analisi non può appoggiarsi a nessun precedente, poiché la critica letteraria non si è ancora occupata di Manzini. L’autore è un po’ schivo, come il suo personaggio (o alterego?), e si sottrae alle interviste dei “giornaloni mainstream” (oggidì li chiamiamo con questa espressione cacofonica). In compenso, ogni tanto risponde alle domande dei blogger, fornendoci un minimo di interpretazione autentica delle sue opere. Manzini ha partecipato, in veste di attore non protagonista, a serie televisive poliziesche, come Linda e il Brigadiere con Nino Manfredi. Ha anche un passato da sceneggiatore, ma lo ha rinnegato, liquidandolo con un lapidario: “Questa è la mia preistoria”. Al presente, ci tiene ad essere riconosciuto come scrittore di romanzi.

 

Personaggio di spessore che si evolve

Rocco Schiavone vive su un altro pianeta rispetto a Salvo Montalbano, malgrado i due personaggi vengano impropriamente paragonati. La scrittura di Antonio Manzini ha un sapore ben diverso da quella di Andrea Camilleri. Tuttavia, Schiavone e Montalbano sono entrambi assistiti da personaggi secondari macchiettistici e caratterizzati dalla forte inflessione dialettale: D’Intino sembra modellato su Catarella. I collaboratori di Schiavone sono un’Armata Brancaleone, peggio di quelli di Montalbano. I romanzi di Manzini sono capitoli o puntate di un unico ciclo manziniano, nel quale il protagonista invecchia e gli altri personaggi “a volte ritornano” da lui, cambiati a loro volta. Sherlock Holmes e Hercule Poirot non sono approfonditi psicologicamente, perché i loro creatori (Arthur Conan Doyle e Agatha Christie) preferivano concentrarsi sullo sviluppo della trama. Schiavone è affascinante perché è una figura di spessore, con una psicologia a tutto tondo, più umana e perciò più credibile.

 

Il filone letterario della Gioventù Cannibale

Manzini ha un modo avvincente di intrecciare storie, una prosa priva di ornamenti ma molto musicale. Il suo stile nasce probabilmente da una corrente letteraria che si è formata attorno all’antologia Gioventù Cannibale, pubblicata nel 1996. Si trattava di una raccolta di racconti, scritti da autori vari. Il più famoso era Niccolò Ammaniti, ma vi presero parte anche Andrea G. Pinketts e il comico Daniele Luttazzi. I loro modelli principali erano Stephen King e il regista Quentin Tarantino. Sull’onda di tali scrittori, chiamati in seguito “I Cannibali”, nacque un filone “pulp all’italiana” o “noir all’italiana” che forse ha ispirato i libri su Schiavone. Manzini fa anche una sorta di parodia di se stesso nel suo secondo romanzo La Giostra dei Criceti, un noir tragicomico.

 

Un Paese di antieroi autodistruttivi

Dornetti ha citato un libro di Stefano Jossa: Un Paese senza Eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano (Editori Laterza, 2013). All’estero gli eroi dei romanzi sono spesso diventati eroi nazionali. In Italia, malgrado tutte le riflessioni ottocentesche sull’eroismo nazionale, nessun personaggio letterario è diventato un’icona patriottica in grado di rappresentare l’intera comunità. Le candidature non sono mancate, da Jacopo Ortis a Montalbano, passando per Pinocchio e Gian Burrasca. Eppure, neanche uno ha raggiunto una mitizzazione popolare paragonabile a quella di Robin Hood, D’Artagnan e Guglielmo Tell in Gran Bretagna, Francia e Svizzera. Anzi, dalla Resistenza in poi, come dimostrano i protagonisti del Partigiano Johnny o del Sentiero dei Nidi di Ragno, abbiamo solo antieroi. Ricordiamo anche Zeno Corsini e Mattia Pascal, che vedeva la vita come “una solenne pupazzata”. Tutti questi antieroi hanno una tentazione autodistruttiva che li accomuna a Schiavone.

 

Protagonista solo, tormentato e contraddittorio

Altro tratto distintivo di Schiavone, sottolineato da Dornetti, è la solitudine. Lui è uno straniero fuori dalla società, un romano trapiantato ad Aosta che si aggira calzando delle Clarks (non proprio l’ideale per camminare sulla neve). Mentre il commissario Ricciardi non vuole essere solo, Schiavone non riesce a coltivare rapporti duraturi. Si crea un surrogato di figlio, convive con la madre, ma dopo poco si stufa. Caterina è la donna che maggiormente gli si è avvicinata, ma lui non riesce a superare il lutto della morte di sua moglie. Schiavone si contraddice al limite della schizofrenia. È un poliziotto amico dei criminali che si fa giustizia da solo e fuma spinelli. Forse lui stesso ha un passato da piccolo criminale. È sempre in contrasto con il suo questore, mentre ha un rapporto più stretto con il giudice che resta da solo in ufficio a lavorare perfino a Natale, anziché festeggiare in compagnia. Schiavone si mette contro tutti e, come Jacopo Ortis, combatte “la piccineria e il buonsenso borghese”. Roma gli appare corrotta, le alte sfere non gli piacciono. Appoggia i giovani che difendono la natura e gli animali.

 

Portavoce del malcontento degli italiani

In definitiva, Schiavone segue solo la sua legge personale. Ha dei valori prepolitici e premoderni, connaturati all’uomo, ma in parte legati specificamente alla morale degli antichi romani: amicizia, giustizia e vendetta privata, edonismo epicureo delle donne e della tavola, e comodità. Una sorta di paganesimo ancestrale, condito con cinismo, demistificazione degli ideali, battute sarcastiche e feroce anticlericalismo. Il personaggio è politicamente scorretto, incarna la disillusione della nostra epoca, lo scontento, lo sconforto, la disistima delle autorità e anche dell’antipolitica (che è stata a sua volta demistificata). Si fa portavoce di un clima diffuso in cui lettori e spettatori si riconoscono. Rappresenta tanta parte dell’odierna italianità. Ecco spiegato, secondo Dornetti, perché Rocco Schiavone è così amato dal pubblico.

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