04-04-2021 ore 09:06 | Cultura - Tradizioni
di don Emilio Lingiardi

La perenne novità della Pasqua: vita donata e rinnovata quotidianamente nell’amore

Anche se rapidi e veloci, magari affrettati e sbrigativi, gli incontri delle persone in questi giorni si concludono sempre con l’augurio della buona Pasqua. Parola che vuol dire: pace, gioia, serenità, vita nuova, libertà da malattie e da paure. I segni che tradizionalmente accompagnano l’evento sono evocativi di questo desiderio: l’uovo parla di vita nuova, la colomba di pace, l’agnello di vita donata, le campane richiamano alla gioia e al gusto festoso della vita.

 

Cultura del corpo e della carne

Accanto a questi messaggio, quest’anno mi parrebbe opportuno e urgente richiamare la cultura del corpo e della carne perché quel Gesù di Nazareth che vediamo vincitore del peccato e della morte ha compiuto i suoi gesti di dolore e sofferenza nel suo corpo. La carne straziata ha conosciuto il dolore immenso dell’agonia, la sofferenza della morte in croce, la deposizione in un sepolcro, il toccare gli inferi come abissi del male che ha voluto sperimentare in se stesso. Anche da risorto Gesù si preoccupa della verità della sua carne, che non vuole sia scambiata con un fantasma o qualcosa di nebbioso. Quante volte nei Vangeli invita a toccarlo, a rendersi conto della realtà del suo corpo, dello stare con le donne, i discepoli e gli apostoli, condividendo perfino i pasti con loro, assicurati della sua presenza fisica.

 

Le sofferenze dell’oggi

Questo messaggio deve rinnovare la nostra cultura del corpo, chiedendo la sua manifestazione reale nella presenza, sia in casa con una adeguata alimentazione, con esercizi ginnici adeguati, con il discernimento nell’uso dei mass media, ma soprattutto presenza fisica a scuola, nei luoghi di culto, nel pubblico, a contatto con tutti. Qualcuno ha paura di affermare questa realtà che da Gesù tocca ogni uomo, soprattutto le nuove generazioni, perché teme di cadere nell’egoismo e nell’individualismo. Eppure il Risorto porta sempre le piaghe, gloriose, ma sempre aperte e sanguinanti. Ci sono tutte le sofferenze che l’uomo d’oggi sta vivendo. Pascal ha un pensiero che così dice: “L’agonia di Cristo dura fino alla fine del mondo. E tu, da che parte stai? Vegli come le donne o dormi come gli apostoli?”.

 

L’amore che ha vinto la morte

La contemplazione delle piaghe di Gesù crocefisso non ci lascia indifferenti, ma suscita vera solidarietà, condivisione autentica con tutti coloro che sono segnati dalle prove, dalle ferite, dai dolori della vita. Dai bambini, come i siriani, che da anni conoscono solo la guerra, a tanti bambini del mondo privi del necessario per una vita dignitosa; dagli ammalati e dai colpiti di questo virus alle loro famiglie, da chi ha perso il lavoro e non lo ritrova: le piaghe del crocefisso sono le feritoie attraverso le quali passa questa luce divina della compassione e tocca a noi perché siamo testimoni di vicinanza, di prossimità, di tenerezza in tanti piccoli gesti quotidiani, con i quali manifestiamo l’essere presente accanto a chi, in qualsiasi modo è sofferente. Pare sembri un venerdì santo interminabile, ma l’amore che ha vinto la morte è consegnato a noi perché lo testimoniamo in una vita nuova, non più basata sul calcolo o sul denaro, ma sul dono, sulla dedizione, sulla presenza semplice e spontanea che rivela la pienezza del cuore e sa ancora commuoversi per l’uomo bisognoso e sofferente di oggi.

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