
Su due piedi. Buen camino è un invito a farcela. A non fermarsi, a camminare, a reinventarsi. A cambiare, senza cambiare veramente. Piuttosto, a scoprire la nostra vera natura, facendo leva, ciascuno, sulle proprie forze. Oltre le convenzioni, oltre le costruzioni sociali, oltre un'epoca che plasma nuove forme, senza mai guardare alla sostanza, delle cose. E delle persone. Se sei il classico figlio di papà, col parrucchino e sei Ferrari, una “villetta in Sardegna” piena di monumenti egoriferiti e piramidi autocelebrative, forse non serve scavare, non servono gli interrogativi di senso. Il senso di colpa non ha senso di esistere. A definirti, basta il successo (degli altri) e la sfrontatezza di vivere di rendita. L'approvazione sociale ha il peso del denaro, fa rumore della musica sullo yacht o del rombo della Ferrari capace di trasformare il Cammino di Santiago, nel Cammino di Maranello, “più comodo e più bello”. O forse no.
Campione di incassi
Checco Zalone in Buen Camino, il film uscito a Natale con la regia di Gennaro Nunziante e già campione di incassi, tra ironia pungente e battute sottili, si spoglia, a passo lento, degli averi e delle certezze di essere un uomo adulto. Cambia, lentamente, senza rendersene conto, spinto dal desiderio (inconsapevole) di piacere agli occhi di una figlia che non ha mai conosciuto davvero. E che per questo lo odia. Quando Cristal sparisce alla ricerca di sé, Zalone lascia la giovane fidanzatina messicana e la villa di lusso. Porta con sé una borsetta da ottomila euro per convincere la ragazza a tornare sui suoi passi. Ma i suoi passi, sono altri e guardano avanti.
Cercare, cercarsi e trovarsi
“Perchè nella vita, conta solo l'essenziale”. Per il Cammino di Santiago non servono la Ferrari, la comodità, “i mocassini da tre K”. Bastano uno zaino leggero, i piedi scalzi ed il desiderio di camminare insieme. È l'unità di intenti a ristabilire o forse a generare il rapporto tra un padre assente e una figlia alla ricerca del proprio posto nel mondo. È il senso comune della ricerca. Quel che Buon Camino fa capire è che non esiste un momento giusto per cambiare. Non è una questione d'età, né di coincidenze. Il cambiamento prende vita dalla capacità di guardarsi dentro, di voler essere. E di voler esserci. Uno accanto all'altro. Zalone lo ha compreso quando, pur essendo bloccata a letto da una caviglia slogata, ha consentito a Cristal di proseguire sulla strada per Santiago. Perchè lo voleva. E “un padre, se vuole, fa miracoli”. Abbandonati i completi griffati dai colori eccentrici, si è fatto spazio in un ostello tra il ferro dei letti e la luce fioca delle candele. Ha visto il sorriso e gli occhi luminosi di una donna in cerca di risposte, la tenacia di chi avanza verso la meta anche in sedia a rotelle, la forza di chi ha un perché più potente di tutto o di chi con ostinazione lo sta ancora cercando.
Cambiare o riscoprirsi
Checco ha trovato il suo modo di cambiare...non proprio fino in fondo. La festa in ostello? A base di un vino di pregio imbottigliato in damigiane di plastica e di una cucina contadina, realizzata da uno chef stellato. Tutti i filtri sono crollati solo davanti all'esperienza della malattia. In un letto d'ospedale ha avvertito la paura. Lì non ci sono artifici che tengano: siamo noi, il nostro dolore, la nostra fragilità. La nostra umanità. La stessa che per anni il dottor Zalone aveva mascherato, offuscato, sotterrato, mosso da una smania di potere che l'aveva allontanato da tutto e da tutti. Anche da sua figlia. E da se stesso. Quando padre e figlia si ritrovano a Santiago, al momento di tornare a casa, avvertono di essere ad un bivio. Imboccano una strada che si perde all'orizzonte. “Io voglio camminare ancora un po'” dice Zalone. “Vengo con te” risponde Cristal. Il viaggio, forse, è appena cominciato. E chi dice che sia destinato a finire? Buen camino a todos.