02-03-2024 ore 20:30 | Cultura - Incontri
di Paolo Emilio Solzi

Vittorio Dornetti racconta lo stile comico, dai poeti romani a Cecco Angiolieri, fino a Dante

Vittorio Dornetti è tornato alla Libreria Mondadori di Crema per un’altra puntata della rassegna I Martedì con il Professore. Il titolo della conferenza, Dante comico, è ingannevole: la comicità medievale era diversa dalla nostra. Comico non significava solo “ciò che fa ridere”. L’estetica, fin dall’antichità, è suddivisa fra stile comico e stile tragico. Il primo riguarda la quotidianità, anche nelle sue manifestazioni aggressive, grottesche, decadenti. Il secondo la sfera elevata e intellettuale della vita. Tragico ha per protagonisti re, feudatari, cavalieri, palazzi, pini e sentimenti nobili. Comico è tutto ciò che tratta di contadini, campagna, pioppi, cespugli, taverne e sentimenti ignobili.

 

Non solo Dante

L’intervento di Dornetti, prima di analizzare certe occasioni in cui Dante Alighieri usa lo stile comico, si sofferma su alcune rime comico-realistiche del XIII secolo. Ad esempio, il sonetto S’i fosse foco di Cecco Angiolieri (musicato pochi decenni fa da Fabrizio De André). All’epoca scandalizzava meno di oggi. La poesia comica presuppone un interlocutore (sa’ che farei?), è la metà di un dialogo. Spesso si conclude con uno sberleffo. La lingua è il volgare municipale, nella fattispecie il senese. Alessandro D’Ancona (1835-1914), autore di Origini del teatro in Italia, secondo Dornetti prende una cantonata perché si chiede se Angiolieri stia scherzando o soffrendo. Cecco anticipa gli Scapigliati. Forse D’Ancona è memore dei Poeti Maledetti, suoi contemporanei, che scrivono poesie in cui coesistono il desiderio di peccare e slanci di misticismo. Quando Angiolieri scrive in un altro sonetto La mia malinconia è tanta e tale, D’Ancona pensa allo spleen di Charles Baudelaire. Invece per Cecco si tratta di “cattivo umore dato da un travaso di bile”, perché il padre non gli dà il denaro per le tre cose che gli piacciono: donne, taverna, dado. Il poeta non è melancolico né mistico: è arrabbiato. Spesso si richiama alla poesia goliardica in mediolatino del XII secolo, che mette in scena temi scandalosi. Un esempio ne è la confessione del Primate di Colonia, che denuncia la propria vita dissipata da studente. Quando un poeta medievale parla di se stesso, non va preso sul serio, perché sta usando temi presi dalla tradizione. Per noi, almeno dal Romanticismo, l’originalità è un valore. Allora invece chi non si richiamava ad un Auctor (modello letterario) peccava di presunzione. Tu sei lo mio maestro e lo mio autore, dice Dante a Virgilio.

 

Manuali per imparare a poetare

Già nell’Antica Roma, Orazio, Catullo e Giovenale attaccavano con invettive i nemici personali, i seccatori, le malelingue, le pettegole, le persone che puzzavano, specialmente le donne. Come suggeriscono i manuali medievali di Artes Dictaminis, che insegnano ai poeti il modo di esprimersi, la figura femminile nel tragico è spirituale, etica, angelicata; il suo incedere è lento, decoroso, aristocratico. Nel comico è deforme, brutta, vecchia, avida, ha occhi cisposi e denti guasti. Ad esempio il poeta comico Rustico Filippi (contemporaneo e maestro di Dante) usa il gergo truffaldino della malavita e si scaglia contro gli avversari e le donne maleodoranti: Dovunque vai, con teco porti il cesso / oi buggeressa vecchia puzzolente / ché qualunque persona ti sta presso / si tura il naso e fugge inmantenente.

 

La tenzone tra Dante e Forese

Come tutti gli stilnovisti, Dante compone poesie sperimentali in diversi generi. Si diletta nello stile comico scrivendo una tenzone poetica con Forese Donati, suo parente. Si dicono cose terribili, ma restano amici. Secondo le regole della tenzone, chi risponde ha l’obbligo di riprendere l’immagine finale e lo schema metrico dell’interlocutore, a volte le stesse rime. Forese accusa Dante di essere mantenuto dai fratellastri. Dante risponde che Forese è un accattone che manda in giro la moglie svestita e al freddo (“malcoperta”, che si presta a licenziosi doppisensi). Forese rinfaccia a Dante di non aver vendicato l’uccisione del padre. Al che Dante ribatte: e tu sei andato in miseria per la tua gola.

 

Ruffiani e adulatori

Tali poesie sono un apprendistato di Dante che in una lettera (forse apocrifa, forse un autocommento) a Cangrande della Scala spiega la Divina Commedia come “canto rustico”, con inizio in stile comico che parte con perdizione e finisce con redenzione e beatitudine. Al contrario, il tragico parte elevato e finisce oscuro e fetido. Alcuni esempi. Nell’Inferno, canto XVIII, v. 46 sgg., nel girone dei ruffiani (dannati costretti a correre mentre i diavoli li frustano sulla schiena), Dante incontra Venedico Caccianemico. Costui vorrebbe nascondersi, mentre Dante gli squaderna sadicamente il nome che occupa un intero verso: Venedico se’ tu Caccianemico. Lo stile tragico non fa nomi. Ad esempio, Firenze non viene mai nominata nella Vita Nova. Nella Divina Commedia, invece, non solo si fanno nomi, ma l’Autore si butta a capofitto nei pettegolezzi con localizzazione, specie in Toscana, Romagna, Marche, Umbria. Nello stesso canto XVIII, v. 112 sgg., gli adulatori sono immersi nello sterco. Dante gode ad umiliare e schernire i dannati, presentandosi come strumento della giustizia divina. Anche qui, riconosce chi vorrebbe scomparire, reso “brutto”, cioè irriconoscibile dalla sporcizia, e spiattella il suo nome: e se’ Alessio Interminei da Lucca. E lui, battendosi la zucca, risponde che lo hanno sommerso le adulazioni della sua lingua. Un altro messo alla berlina.

 

Quella sporca dozzina

Sempre nell’Inferno, canto XXI, v. 118 sgg., Virgilio e Dante si vedono la strada sbarrata da alcuni diavoli. Costoro hanno degli arpioni. Dante “si riduce” al maestro, abbracciandolo, e si acquatta dietro a un pietrone. Nello stile tragico, nascondersi al nemico sarebbe stato un gesto di viltà per un cavaliere. Dante perde la sua dignità, mentre Virgilio parlamenta con i diavoli e vuole parlare con il capo della compagnia. I nomi definiscono l’aspetto. Alchino è Arlecchino (in origine un diavolo). Calcabrina cavalca la brina o pesta la brina (che veniva considerata un simbolo della grazia divina). Cagnazzo, faccia di cane, dal colore livido. Barbariccia si capisce da sé. Libicocco è l’incrocio tra due venti tempestosi: Libeccio e Scirocco. Draghignazzo, lingua di drago. Ciriatto Sannuto, cinghiale con le zanne. Graffiacane, Farfarello e Rubicante, rabbiosi. Alla fine del canto, i diavoli si congedano con gesti triviali e beffardi, facendo la linguaccia. L’ultimo verso – che a scuola gli insegnanti raramente osano leggere – descrive il saluto del capo-combriccola Barbariccia: ed elli avea del cul fatto trombetta. Questi non sono i diavoli della teologia, ma quelli popolari che vediamo nei dipinti in chiesa: grotteschi, paurosi e bizzarri. Paolo Toschi, studioso del teatro popolare, ipotizza che Dante si sia ispirato a Calendimaggio, festa della fertilità. In Toscana si formavano brigate che allestivano spettacoli con costumi da diavoli e si divertivano a spaventare le persone, soprattutto lungo i corsi d’acqua.

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