02-01-2026 ore 20:03 | Cultura - Libri
di Patrizia De Capua

Donata Ricci racconta Crema attraverso i suoni ed i silenzi: 'l'udito non è un senso di serie B'

Siamo giunti alla tappa numero tre del nostro viaggio alla scoperta di Crema attraverso i cinque sensi. È la volta dell'udito. Il “reportage minimale – a tratti scherzosamente onomatopeico – di una passeggiata tra i suoni della città”, intitolato “Il paesaggio sonoro urbano. Suoni, frastuoni, silenzi della città di Crema”, è lo scritto di Donata Ricci, che dopo un cenno ai molteplici suoni e silenzi che abitano le vie e le piazze, ci fa rivivere una giornata all’insegna dell’attenzione al senso dell’udito. Il risveglio è segnato dal tin tin…sbeng di un cantiere, un po’ brusco ma addolcito dal canto dei merli. Il percorso verso l’edicola ha un sottofondo di sciam sciam, la donna che assesta energici colpi di scopa al marciapiede, e da suoni contenuti o anche solo immaginati. In una surreale via Matteotti estiva “affrancata dal traffico scolastico”, un giovane operatore della raccolta differenziata si esibisce in lanci acrobatici dei sacchi, e la sua fronte imperlata di sudore lascia cadere piccole gocce. Quale potrà esserne il tenue suono? Forse qualcosa di simile allo “stillicidio di una stalattite”, o magari al plin plin del sangue di Cristo sulla croce. All’edicola, un coro di chiacchiere solo per scambiarsi la certezza di esistere qui, in questa provincia che ti gratifica di piccole attenzioni come quella della caramella scroc offerta ogni mattina da “un pensionato con pipa e cappello da alpino”. Si può essere sicuri di esistere, a Crema, certo più che nella metropoli dove lo sguardo degli altri sorvola su di te veleggiando verso fermate dell’autobus e stazioni del Metro.

 

Il Serio

Ed ecco il Serio con il suo glo glo che lubrifica “sinapsi e articolazioni”. Qui è facile imbattersi in creature dai nomi umani che umane non sono: - Maddalena, Filippo, state calmi! è infatti rivolto a una coppia di bassotti, cui fa eco un gigantesco terranova con il suo Woof woof. Attraversando il ponte ciclopedonale sobbalziamo al Fiuuu di una delle tante biciclette sfreccianti che ti “spolverano i gomiti”. Il pescatore solitario in mezzo al fiume invece percepirà “il fruscio del proprio sangue nelle arterie” insieme al “rumore bianco dei suoi pensieri che solo lui conosce”. Ma a proposito di biciclette è bene soffermarsi , in piazza Duomo, sull’inedita figura del ciclo-dj. Si annuncia con una musica a tutto decibel e si materializza come “un’apparizione mariana in sella alla bici munita di altoparlante”, guardandosi intorno per spiare le reazioni del pubblico. Giacomo, per gli amici Giacomino, è “un’istituzione del centro storico”, o forse meglio “un’anomalia antropologica”. Certo non potremmo dire che non l’avevamo sentito arrivare. Mescolata al din don dan della domenica mattina e ai fonemi di lingue sconosciute di tutti i giorni dei fan di Cmbyn, quella musica aiuta a scegliere il nostro Paese delle Meraviglie preferito.

 

La poesia

Non per niente c’è chi gli ha dedicato una poesia:

Miracolo inatteso: sono in piazza

nella mia Crema così calma e bella

dormiente sui ricordi di battaglie

in tempi ormai lontani

e mai dimenticati.

Solo, si aggira in bicicletta (pare felice)

un uomo che diffonde

con amplificazione-discoteca

musiche anni 80 mai passate

e saluta i ragazzi che, seduti al caffè

sorseggiano vacanze immaginarie

verso luoghi impensabili

contrastati da altri che desiderano,

con gioia disperata,

mare nel sud d’Italia, decantato

da genitori e zie che ci son state.

 

Alla Pierina

Drin Drin Drin!!! Più insistente del postino che suona due volte, il corriere Amazon scalpita “per lanciarti, con la rapidità di uno specialista olimpico, un pacco nell’atrio del condominio”. Per rilassarsi si può decidere di raggiungere con una passeggiata rigenerante un “nuovo parco cittadino”. Alla Pierina ci attende un’esperienza speciale: la convivenza di geofonia e antropofonia. Secondo le definizioni dell’ “ecologista del linguaggio sonoro” (guarda che cosa ci si inventa per essere ricercati) Bernie Krause, la prima è “un ambito sonoro naturale”, la seconda quello contaminato da suoni umani. Nella fattispecie, da un lato il frinire delle cicale frrr frrr frrr, da non confondere con il cri cri cri del grillo, né con il chiò chiò del merlo; dall’altro “lo sbuffare degli autoarticolati in frenata”, il “clangore dei transpallet” per impilare le merci, e lo “stridio dei macchinari di produzione”. Tutto ciò durante il giorno. Di notte, se a qualcuno saltasse in mente di soffermarsi in quei luoghi, sarebbe cullato soltanto dai miagolii della colonia felina.


L'importanza del silenzio

A questo punto il saggio di Donata si fa critico ed esigente: perché mai, si chiede, dovremmo sopportare senza lagnarci i numerosi e irritanti accompagnamenti musicali non richiesti? Dal bar al centro commerciale, dall’aeroporto alla sala d’aspetto di asettici studi medici, veniamo disturbati da una musica invadente che già Umberto Eco paragonava al bagno amniotico in cui siamo costretti a galleggiare nostro malgrado. Nessun diritto al silenzio. Anzi, obbligo di parola. Neppure nelle presentazioni di libri e testi poetici veniamo lasciati liberi di concentrarci sulla parola. L’attore Carlo Rivolta, grande amante e conoscitore di musica, lo diceva: o ascolti la musica, o ascolti l’attore che recita. In questi casi non vale il multitasking. Come ritrovare la pax acustica?, si domanda Donata, e rimpiange Kierkegaard che nel silenzio trovava la catarsi. Credo di avere una risposta: l’obbligo di parola vale per conoscenti e finti amici. Quando siamo in compagnia di un fratello, un figlio, un coniuge o comunque una persona che amiamo e di cui siamo affiatati complici, non ci curiamo di restare in silenzio. La conclusione del testo, invece, va in un’altra rispettabilissima direzione: cimitero, luogo del silenzio. Solo il glu glu del rubinetto che riempie l’innaffiatoio. Luogo appartenente a un’altra dimensione, altrove metafisico. Mondo di mezzo tra “la frenesia distopica dei vivi e il richiamo discreto ma perfettamente udibile delle anime”. Lì la mente si sente improvvisamente libera e creativa.


'La città ideale'

Conclusione. Per i lettori di ogni testo nella sua interezza: forse vi chiederete come mai in questa sintesi del bel saggio di Donata sia stato arbitrariamente omesso un paragrafo di cui non sfugge la centralità e l’importanza. Si tratta del paragrafo intitolato Transurbanza. Voi che l’avete già letto lo sapete già. Per i lettori che si limitano a leggere il finale, dirò che vale la pena leggerlo. Che cosa dice? Vi sto raccomandando di leggerlo. Scoprirete perché siamo fortunati a vivere a Crema, che una mia amica milanese si è spinta a definire “la città ideale”. In quel paragrafo accade comunque che l’udito si ribella alla posizione di senso subordinato o di serie B, poiché l’esigente vista reclama per sé il primato. Ma attenzione! Innanzitutto, se un senso soffre di un complesso di inferiorità, può accadere che, come spiega Adler, per compensazione si ponga obiettivi di rivincita, tanto da diventare un Giulio Cesare o un Napoleone. In secondo luogo, la vista deve condividere il presunto primato con la medaglia d’oro dell’illusione. Quanti filosofi, da Platone a Cartesio, hanno screditato la conoscenza sensoriale, e l’hanno fatto per l’appunto additando nella vista la fonte della confusione, dell’opinione opinabile, della conoscenza ingannevole, destinandole l’alloro della misconoscenza. Qualcuno, al contrario, ha pensato di riconoscere proprio all’udito il ruolo di anticamera della creatività narrativa, perché – come si sente dire ogni mattina alla radio in Lupus in fabula – chi comanda al racconto non è la voce, è l’orecchio.