
Era il 15 marzo 2011 quando in Siria scoppiava la guerra. Un conflitto a sfondo religioso, con l'obiettivo di perseguire le minoranze: cristiani, drusi, sciiti e alawatii. Una guerra civile che non ha risparmiato e continua a non risparmiare nessuno: anziani e bambini, ma anche giovani. In 15 anni si contano 12 milioni di sfollati e 8 milioni di emigrati. Gente che ha perso tutto: la casa, gli affetti, i vestiti, la speranza. “Il vescovo latino in Siria Hanna Jallouf ha detto che dobbiamo avere paura di una cosa sola: del rischio dell'islamizzazione. Non è fede, è estremismo”. É la continua avanzata dallo Stato islamico, che combatte la diversità e la annienta rispondendo alla vita con la morte. “Noi cristiani abbiamo paura. Ci chiamano gli adorati del legno della croce. Di recente è tornato concreto il pericolo dell'Isis, cellule terroristiche disposte a farsi saltare in aria”.
Giorni di guerra, paura e morte
Padre Fadi Azar, parroco francescano in Siria, a Latakia, una cittadina nel nord del Paese, affacciata sul mare ci ha raggiunto in redazione ospite di don Emilio Lingiardi per un aggiornamento sulla situazione. “A Damasco ed Aleppo la situazione è grave. Ad Aleppo, lo scorso 6 ottobre si è riacceso lo scontro tra curdi e siriani. La Turchia, aiutata dagli Usa, è mossa da mire di conquista ed è interessata al petrolio e al gas. Altre zone del Paese interessano alla Russia e ad Israele. In Siria non c'è pace”. Prima di Natale e fino alla fine dell'anno “si sono registrati giorni di scontri sanguinanti. Il giorno dell'Epifania un kamikaze dell'Isis si è fatto esplodere. È stato fermato prima che si avvicinasse ad alcune chiese cristiane. Erano le 12 e mezzo. La situazione non è mai stata stabile, ma in quel momento tutti abbiamo capito che la guerra era scoppiata di nuovo”. Droni, carri armati, martiri mussulmani che si immolano. “La chiesa è impegnata per offrire sostegno ai poveri. Tutti, cristiani e musulmani, perché la fede è ciò che ci unisce. Molta gente è rimasta vittima dei bombardamenti. Ci siamo presi cura di chi è sopravvissuto, destinandoli alle cure di un ospedale francese.
A chi sta bene abbiamo dato un tetto, dei vestiti caldi”. Hanno offerto lo spiraglio di una nuova vita “in un panorama buio, di paura e di morte”.
Fede è aiuto umanitario
La guerra è una lunga notte: vede la luce “in un infinito impegno umanitario. La fede non è altro che questo: una profonda testimonianza umanitaria. La chiesa deve e vuole essere vicino ai più deboli, a tutte le persone che soffrono”. A Latakia, padre Fadi, con l'aiuto e la solidarietà dell'Italia “una terra che abbiamo sempre avvertito vicino”, ha costruito un panificio dedicato a Sant'Antonio da Padova, ormai attivo da sette anni ed una mensa dei poveri chiamata Cinque pani e due pesci. E ancora, una scuola ed una sala studio dedicate alle insegnanti cremasche Ester Guercilena e Silvana Guatterini”. Luoghi che parlano di un legame di solidarietà solido con il nostro paese: “In Siria più del 90 per cento delle persone vive sotto la soglia della povertà. Hanno perso tutto. Ogni giorno facciamo in modo che possano ricostruire la speranza”. È ciò che serve per pensare ad un futuro diverso. Oltre la guerra, le bombe, la morte e la distruzione. “Durante l'attentato terroristico, un soldato ha perso la vita. Aveva un bambino di 10 giorni. Ho posto le condoglianze ai suoi cari. Ho teso la mano, perchè è questo che siamo chiamati a fare”. Dopo lo scontro dell'Epifania, lo scorso 8 gennaio il muezzin alle 22.30 ha annunciato che la zona era libera dai curdi. “Restavano i morti da onorare, gli sfollati da accogliere. Abbiamo aperto le chiese: sono e continuano ad essere il loro rifugio”.
