25-05-2026 ore 08:30 | Cronaca - Crema
di Rebecca Ronchi

Strage di Capaci. Bergamaschi: 'La mafia teme una società consapevole, informata, unita'

Il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, vennero uccisi in un attentato il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. L'amministrazione comunale di Crema ha ricordato il loro sacrificio in una cerimonia pubblica in largo Falcone e Borsellino. Il sindaco Bergamaschi ha citato Giovanni Falcone e il suo libro, Cose di Cosa nostra, del 1991: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

 

Responsabilità condivisa

A 34 anni di distanza “sono una ferita ancora aperta nella coscienza del nostro Paese. Sono un richiamo severo alla responsabilità collettiva”. La strage di Capaci rese evidente che “la mafia non potesse più essere considerata un problema distante. Pochi giorni dopo, Paolo Borsellino disse: “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale e morale”. Venne ucciso due mesi dopo. “Quelle stragi furono un attacco feroce allo Stato democratico, un attacco all’idea stessa di libertà, di giustizia, di convivenza civile”, ha aggiunto Bergamaschi; “Sappiamo che le mafie contemporanee hanno imparato a nascondersi. Cercano relazioni, convenienze, connivenze e silenzi. Entrano nell’economia legale, si insinuano nei circuiti finanziari, approfittano delle fragilità sociali e dell’indifferenza. Dove trovano disattenzione, edificano il proprio spazio. Dove trovano solitudine e debolezza, costruiscono e consolidano il proprio potere”.

 

Cultura della legalità
“Il ricordo di Capaci non può ridursi a una commemorazione rituale. Deve diventare coscienza viva e trasformarsi in vigilanza quotidiana. Le recenti indagini della direzione investigativa antimafia e della guardia di finanza nel Cremasco, culminate nel sequestro di beni riconducibili a contesti mafiosi, ci ricordano che la criminalità organizzata non arriva sempre con la minaccia esplicita. La mafia teme una società consapevole, informata, unita. Teme istituzioni forti e credibili che collaborano. Teme cittadini che non si voltano dall’altra parte. Teme la cultura della legalità quando smette di essere uno slogan e diventa pratica quotidiana”.

 

L'impegno dei giovani
“La risposta alle mafie è prima di tutto un’alleanza democratica. Un’alleanza tra istituzioni e cittadini”. Il sindaco Bergamaschi ha spiegato che la città di Crema rinnova l'impegno alla promozione della trasparenza amministrativa, il sostegno alle forze dell’ordine, l'educazione delle giovani generazioni ai valori costituzionali, la difesa dell’impresa onesta e della partecipazione civica”. Ha ringraziato la consulta dei giovani: “vedere ragazze e ragazzi impegnarsi per custodire la memoria delle vittime innocenti delle mafie rappresenta un segnale di straordinario valore civile. La memoria ha bisogno di essere tramandata, raccontata, rinnovata. Ha bisogno dello sguardo delle nuove generazioni, della loro sensibilità, della loro capacità di trasformare il ricordo in impegno attuale e concreto. Perché ogni volta che un giovane sceglie di partecipare, di informarsi, di non restare indifferente, la mafia perde forza”. Nella commemorazione del sacrificio di Capaci, “Crema si stringe attorno ai valori della Repubblica e rinnova il proprio impegno per una società più giusta, più libera e più consapevole. La memoria, quando diventa responsabilità condivisa, è già una forma di giustizia”