21-07-2026 ore 20:37 | Cronaca - Crema
di Denise Nosotti

Monsignor Gianotti: 'Contro il disagio giovanile la repressione non basta, dobbiamo dialogare'

I tragici fatti di cronaca nera che hanno interessato il cremasco impongono una riflessione sul futuro dei giovani a 360 gradi. Tutte le istituzioni sono chiamate a confrontarsi, a fare quadrato su un fenomeno che sempre più spesso colpisce non solo i ragazzi, ma le persone più fragili, coloro che non hanno ancora trovato ‘il loro posto nel mondo’. Sull’argomento abbiamo richiesto un intervento al vescovo di Crema, monsignor Daniele Gianotti. “Un primo pensiero, anzitutto, alle vittime: Youssef Rama Abdelaziz, ucciso pochi giorni fa e Hamza Salama, deceduto nell’aprile scorso. E anche, naturalmente, alle loro famiglie, ai loro amici, a chi ne piange la morte". Secondo il vescovo è necessario mantenere alta l'attenzione, "augurandoci che due delitti, compiuti a distanza di pochi mesi da giovani nei confronti di altri giovani, non indichino una tendenza, ma una sciagurata contingenza, che non dice, non può dire tutto di questa città, di questo territorio, e neppure di questi giovani”.

 

I giovani, la tecnologia, la scuola. Che strade stanno prendendo?

“Per quanto riguarda la scuola, mi sento di dire che a Crema, sta operando bene, ma non si può chiedere alla scuola di rispondere di tutti i problemi e di tutte le attese dei ragazzi e giovani di oggi. La tecnologia: ci chiede vigilanza, ma non mi sembra che, in queste tristi vicende, giochi un ruolo così determinante. I giovani prendono le strade che noi adulti rendiamo loro possibili – o, forse, si trovano davanti a così tante strade bloccate, che poi finiscono per cercare delle scorciatoie pericolose. E poi: dovremmo parlare meno dei giovani, e ascoltarli di più uno per uno: renderci partecipi delle storie, dei sogni, delle amarezze di ciascuno di loro”.

 

Tante parrocchie e oratori sono il punto di riferimento per tanti ragazzi. Ma non tutte. Cosa manca?

“Mancano, fondamentalmente, le persone. Gli oratori non sono dei contenitori, degli scatoloni vuoti. Funzionano, soprattutto, in virtù delle persone che ci sono dentro: preti (sempre meno), educatori (sempre meno), volontari (sempre meno). Senza l’impegno di una comunità che lo rende autentico luogo educante, i muri dell’oratorio fanno ben poco – e c’è da rallegrarsi del fatto che ancora tante persone, nonostante tutto, si facciano in quattro per rendere vivi i nostri oratori. Poi, naturalmente, neppure l’oratorio basta, c’è da fare anche “educazione di strada”, come già si sta facendo, e altro ancora”.

 

Anche le associazioni, una volta che verranno a mancare i volontari ‘storici’ corrono il rischio di andare a perdersi...

“Credo che l’associazionismo, così vivace qui a Crema e nel Cremasco, nasca dal desiderio di superare l’approccio fortemente individualistico del nostro modo di vedere le cose: dalla consapevolezza di un “noi”, senza il quale i desideri così travolgenti dell’“io” finiscono, fatalmente, per rivelarsi distruttivi. Bisognerà tornare a parlare di bene comune, e dell’impegno che richiede: e tornare a proporlo ai giovani, che non sono necessariamente insensibili a questa proposta”.

 

In questo clima generale di insicurezza, cosa può proporre la diocesi? 

“La diocesi, attraverso la vita delle comunità cristiane, può contribuire a creare quella sicurezza sociale, senza la quale la sicurezza fatta di controlli, di incremento delle fattispecie di reato e delle pene, di reti di sorveglianza, rischia di condurre da nessuna parte. In questi ultimi anni sono stati approvati non so più quanti “decreti sicurezza”, eppure abbiamo l’impressione che le nostre strade, le nostre piazze, siano sempre meno sicure. Com’è possibile? Bisogna lavorare di più su quella sicurezza che nasce solo da una certa idea di convivenza, di socialità, di integrazione. In questo, credo, la chiesa può dare un aiuto importante”.

 

In molti invocano il dialogo, ma è veramente possibile? Se sì, in che misura?

“Io credo che siamo condannati al dialogo, che si tratti di quello intergenerazionale, interreligioso, interculturale. Se non proviamo ad ascoltarci, se non cerchiamo di capire insieme e reciprocamente le ragioni della sofferenza, della rabbia, della paura, dell’ansia per il futuro… che cosa ne verrà fuori? Certo, è difficile, è faticoso, più difficile che non usare gli slogan semplificatori che servono soprattutto alle campagne elettorali: ma qui non è in gioco la vittoria alle urne dell’uno o dell’altro, ma il tipo di società e di cittadinanza che vogliamo costruire”.