17-06-2020 ore 12:00 | Cronaca - Ripalta Cremasca
di Claudia Cerioli

Ripalta Cremasca. Covid19, le testimonianze dei medici Bianchi, Galmozzi e Borghetti

Serata coinvolgente e a tratti commovente quella che si è svolta, martedì 16 giugno a Ripalta Cremasca. Sono emerse le esperienze personali legate all’emergenza Covid, lasciando spazio all’emotività, in un clima calmo, rilassato, quasi confidenziale. In un certo senso questo è proprio quello che serviva alla gente, qualcuno che spiegasse in modo chiaro, lineare, senza polemiche, quello che è accaduto nei mesi scorsi. L’incontro si è tenuto nello spazio adiacente il municipio, all’aperto, così da consentire al pubblico di rispettare le norme relative al distanziamento. Protagonisti alcuni medici che hanno affrontato in prima linea l’emergenza Coronavirus: Attilio Galmozzi, Fulgenzia Bianchi e Maurizio Borghetti.

 

Ospedale come un girone infernale”

L’incontro è stato organizzato dal Comune e Avis locale, presieduta da Antonio Vigani. Dopo l’introduzione del sindaco Aries Bonazza la parola ai testimoni. Fulgenzia Bianchi, anestesista, non ha usato mezzi termini per definire la situazione che si è verificata all’ospedale il 21 febbraio, quando cioè è stato diagnosticato il paziente uno, quando l’ospedale di Codogno si è fermato e quello di Lodi non riusciva a sostenere la mole di malati in ingresso. “L’impatto è stato intenso per una struttura di medie dimensioni come quella di Crema. Ci siamo trovati sommersi di pazienti in poche ore e la struttura è diventata una sorta di girone infernale. Questo perché non avevamo armi specifiche. In breve tempo ci siamo resi conto che tutta la struttura si sarebbe dovuta azzerare, per quanto concerne gli altri servizi e lasciare spazio solo ai pazienti Covid. Tutto doveva ruotare attorno ad un’unica patologia, della quale si conosceva poco o nulla. Personalmente mi sono ritrovata con le sale operatorie vuote e dopo 25 anni da anestesista, sono ritornata ad essere anche rianimatore”.

 

Virus lontano, ma vicino

“In questi mesi abbiamo dovuto raddoppiare i posti in terapia intensiva, da otto a sedici. Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta”, anche grazie all’aiuto decisivo dei Medici senza frontiere, dei cubani e dell’Esercito italiano, che si sono “impegnati in questa spedizione umanitaria per spirito solidaristico e non per soldi”. Attilio Galmozzi ha ricordato il momento esatto in cui gli è giunto sul telefono il messaggio dell’arrivo del Covid a Crema: “Era il 21 febbraio. Chi mai avrebbe pensato che un virus, scoppiato in una nazione così distante, potesse essere esploso dietro la porta di casa, in un territorio relativamente piccolo come il Cremasco. Si è capita la vera emergenza a pochi giorni di distanza dal paziente uno. In Ps arrivavano persone con parametri vitali praticamente incompatibili con la vita, il personale sanitario era alla disperata ricerca di un presidio dove ricevere le cure necessarie”. E si è fatto davvero l’impossibile, ha spiegato Maurizio Borghetti: “dal 21 febbraio al 24 aprile, in soli due mesi, sono state effettuate 3000 tac”.

 

Nessuno si è tirato indietro

Sentimenti di gratitudine sono stati rivolti agli infermieri, “che hanno pagato il prezzo più ingente di questa pandemia. In tanti si sono ammalati, perché a contatto diretto col paziente”. Tuttavia, durante l’emergenza nessuno si è “nascosto” o è venuto meno al suo ruolo: dal medico all’infermiere, all’Oss e all’Asa. I relatori si sono dichiarati concordi nel dire che “i veri eroi sono stati i pazienti che hanno lottato tanto, per lunghi periodi, da soli, senza famiglie o senza semplicemente una finestra da cui vedere il cielo. Ci siamo presi davvero cura di tutti - ha sottolineato Galmozzi - e questo non significa che siamo riusciti a salvare tutti, ma che abbiamo fatto sempre il possibile, anche attraverso piccoli gesti come dare un bicchiere d’acqua a chi era arso dalla sete o tenere la mano a chi ci stava lasciando”. Ora all’ospedale cittadino iniziano ad aprire alcuni ambulatori. Ancora pochi per le esigenze della collettività. Non bisogna comunque abbassare la guardia e seguire rigorosamente le norme anti contagio, perché il virus è ancora molto presente in Lombardia.

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