03-10-2025 ore 20:10 | Cronaca - Crema
di Gloria Giavaldi

'Luci sulla Palestina', gli operatori sanitari di Crema: 'preserviamo la cura dell'Umanità'

La bandiera del popolo palestinese sventola alta in cielo e sovrasta la notte di Crema. Nel piazzale Henry Reeve, nei pressi dell’ospedale Maggiore, oltre 600 operatori sanitari si sono dati appuntamento per manifestare solidarietà al popolo palestinese e ricordare le oltre 60 mila vittime registrate negli ultimi due anni, tra cui 1677 uomini e donne della sanità. L’iniziativa è stata promossa a livello nazionale dalle reti #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza e ha coinvolto oltre 230 ospedali in tutta Italia. Le candele sprigionano luce. La fiamma si eleva. Perché, mai come oggi, serve proteggere e donare la nostra umanità. Oltre le differenze, il grido silenzioso che unisce fa luce sulla vita. “Palestina libera” è una speranza, è una promessa, che valica confini, distanze, paure, morte. E sfida il genocidio che si sta consumando, rispondendo all’isolamento con la vita ed il desiderio di prendersene cura sempre.

 

Agire con urgenza”

La referente dell’iniziativa cremasca, Silvia Galvani, richiama attorno a sé i partecipanti. Donne, uomini, giovani, bambini. Alcuni hanno la bandiera della pace sulle spalle, altri camminano uniti, mano nella mano. Altri ancora, usano torce, lumini, candele. La speranza è una luce fioca, condivisa, che resiste al vento gelido. Alle 21, in tutta Italia, di fronte agli ospedali, splende l’umanità di chi ogni giorno si prende cura. Oltre 30 mila colleghi sul territorio nazionale hanno accolto l'appello, più di 4000 solo in Lombardia, riuniti in oltre 39 manifestazioni analoghe. “Stasera noi siamo dove è giusto stare in questo momento, che definire tragico è banale: siamo davanti ad un ospedale” esordisce Galvani. La Convenzione di Ginevra stabilisce che gli ospedali civili (e chi vi lavora e vi si trova) siano rispettati e protetti dalle parti in conflitto. Come sanitari sappiamo che non esiste neutralità davanti alla distruzione deliberata di ospedali e vite. Difendere la salute significa difendere l’umanità. Nostro dovere è prendere posizione: la nostra parte è quella della cura, del diritto alla vita e della difesa dell’umanità. Per questo non accettiamo di “normalizzare” un genocidio. E nel denunciare il genocidio del popolo palestinese, mettiamo le nostre facce ed i nostri corpi. Sappiamo che gli abitanti di Gaza traggono dalle mobilitazioni internazionali forza e speranza. Siamo visibili ai loro occhi e siamo una voce che li libera dall'isolamento imposto da Israele. Loro sanno che qui, a migliaia di chilometri di distanza, c’è chi non si arrende all’indifferenza. Chiediamo alle istituzioni, anche alle nostre aziende sanitarie ed ospedaliere, di agire con il senso di urgenza e di eccezionalità che il genocidio in corso richiede”.


Dolore collettivo

“A Gaza se sei un operatore sanitario sei un target”. E non importa se, nel rispetto dei doveri assunti con il giuramento di Ippocrate, ti adoperi per adempiere al dovere della cura, oltre ogni barriera. Anche in guerra, tra le macerie, in preda ad uno stato di allerta costante, sfidando la paura per accogliere la vita. “Mentre parliamo – riprende Galvani - 361 colleghi palestinesi sono detenuti senza processo nelle carceri israeliane. Le testimonianze raccolte parlano di torture, violenze, uccisioni. Li ricordiamo e chiediamo che vengano liberati al più presto”. Per i 1677 operatori sanitari uccisi resta sulle nostre spalle il dovere della memoria. Pochi attimi più tardi i loro nomi sono stati letti, uno per uno. Medici, infermieri, tecnici, amministrativi: la guerra non guarda in faccia nessuno. E non si sceglie. Si può scegliere, invece, da che parte stare. Di fare proprio il dolore di un popolo martoriato, che così diventa il dolore di tutti. È una ferita insanabile della nostra umanità: “In tempo di guerra - conclude Galvani - stare dalla parte della cura ha un duplice senso. Significa accogliere la sofferenza del singolo, metterlo in sicurezza, stare accanto ad una storia, la sua storia. Esserne parte, nel presente. Ma significa anche provare a ricucire lo strappo perpetrato ad una comunità. Ogni storia non è sola, non è isolata. Anche in guerra, c’è una comunità che aiuta. E che, a sua volta, deve essere aiutata a riscoprirsi  tale”. Prendersi cura in guerra significa divenire parte di un trauma collettivo. Viverlo, comprenderlo e trasformarlo.


Riscoprire l'umanità

Lo racconta anche la chirurga britannica, Victoria Rose: “Intere famiglie spazzate via, lasciandosi alle spalle un madre sola senza i suoi figli o un bambino senza genitori, fratelli o casa. E cosa si può dire di quel dolore? Non si può misurare, non si può paragonare, Il grido di una madre è insopportabile quanto il silenzio di un bambino”. Prima le grida, poi il silenzio. Prima la vita, poi la morte. E poi? In Palestina c’è chi paventa anche il fallimento della medicina: “le viene tolto il respiro”. E, allora, cosa resta, se non la forte necessità di riscoprire l’Umanità, per difendere, tutelare e preservare, l’umanità che, oltre la paura, risponde con la luce ed il silenzio al buio e al frastuono della guerra? Alla spicciolata, le candele si spengono, con la speranza di aver acceso consapevolezze e coscienze per illuminare il futuro.