29-04-2013 ore 15:47 | Cultura - Teatro
di Marcello Palmieri

Crema, al teatro San Domenico applausi per Ice-B-erg, un romanzo, quasi una preghiera. Un grido verso il cielo alla ricerca di un senso

Una rete, una coltre bianca. Per separare il pubblico dal palco, i vivi dai morti. E il tempo dall’eternità. Scenografia essenziale, con pannelli bianchi sublimati da uno spettrale gioco di luci. Un florilegio di monologhi, eppure una tensione che mai si allenta verso la noia, il già visto o pre-visto. E’ la cifra di Ice-B-erg, lo spettacolo con cui Pietro Arrigoni ha riletto e sceneggiato Il sorriso eterno di Par Fabian Lagerkvist.

Il travaglio interiore
Un romanzo, quasi una preghiera. Un grido verso il cielo alla ricerca di un senso. O di Dio. Immagine di quel travaglio interiore che il premio Nobel svedese sperimentò quando perse la fede. E quando con una rinnovata veemenza si sentì egualmente attratto dalla tensione verso l’infinito, il compimento, la pace.

Teatro sperimentale
Sabato sera, ad accogliere questo travaglio esistenziale c’era un teatro San Domenico di Crema silenzioso e pensoso. Spettatore di un qualcosa ben più “alto” rispetto a quello che poteva apparire sotto il profilo formale: l’epilogo di un laboratorio teatrale per liceali e universitari. A cominciare dalla prima, impostata voce fuori campo: “C’erano una volta alcuni morti che sedevano insieme, nell’oscurità; dove, non sapevano; forse, in nessun luogo. Ma sedendo, discorrevano per far sì che l’eternità trascorresse”.

L’eternità è la negazione del tempo
Una contraddictio in terminis, un nonsenso. L’eternità è la negazione del tempo. Ma qui, l’aldilà diventa sfondo per dar voce a 18 morti. Che monologano. Parlano di sé. Del rapporto con la vita e con la morte. Ma parlano da soli. “Potevano discorrere insieme – precisa la stessa voce – ma non riuscivano a capirsi”.

I personaggi
Ci sono l’uomo rammaricato di non aver accudito a dovere la sua piantina e la cameriera del grande ristorante. La donna nata per morire (“No, i vivi sono troppo presuntuosi. Si immaginano che tutto dipenda da loro”), quella senza dito, quella ancora con il puntino sull’unghia. E poi il ladro di gioia, la commerciante Petterson, il fabbro. Ma pure l’assassino e il fratricida. Giuditta, il figlio dell’operaio, il guardiano dei gabinetti (“La vita va capita e amata in ogni sua manifestazione”). E non mancano la giovane innamorata e la donna fatta per vivere, la ragazza dodicenne, l’orchessa e il cavaliere. C’è chi canta la vita, e chi invece la aborrisce. Chi si sente immerso nel nulla e chi invita a cercare. In eterno.



Luce, solitudine, eternità
Ma proprio negli ultimi minuti di spettacolo, un qualcosa accade. Silenziosamente. Perché possa coglierlo solo chi si è lasciato rapire dai ragionamenti eterei degli eterni protagonisti. Che, si diceva, parlano senza capirsi. Soli. “Siamo solitari nell’eternità”, afferma l’oratore universale. “Se anche esiste un dio, io ho la sensazione che non ne esista uno per me”, griderà lo stesso.

Un raggio di luce
Ma poco dopo, il flusso di coscienza viene irradiato da un primo, tenue eppur vivo raggio di sole: “Per un unico uomo un dio può anche non esistere, ma per molti milioni di persone bisogna che un dio esista”. Non è certo un caso, quella lettera minuscola. Eppure, non impedisce il sorgere di una luce via via sempre più folgorante. Quasi come stella cometa di una novella Epifania.

Alla ricerca di un dio
“Venite, andiamo alla ricerca di dio - esorta l’oratore -. Raduniamoci e partiamo tutti insieme. Cerchiamo dio per ottenere una risposta, una certezza per questa vita incomprensibile”. Ed ecco il monologo farsi serrato. Ogni personaggio scandisce con brevi esternazioni i passi di un ideale cammino. Arrivano gli ultimi 2. Scompare il “parlarsi addosso”, l’autoreferenzialismo. Irrompe un embrionale dialogo. Ma quando tutto sembra nuovamente condannato a un’eterna ricerca, o alla ricerca dell’Eterno (“Non ci resta che continuare a cercare, a cercare e a cercare senza mai sosta!”, dirà il diciottesimo e ultimo personaggio), un gesto quotidiano e sconvolgente irrompe nella scena divenuta archetipo della storia universale.

Il segno della croce
Scandisce la voce fuori campo: “Se qualcuno protende la mano bruscamente a destra, poi lentamente l’avvicina al petto, e là fa il segno della croce, poi di traverso l’innalza in aria, il che non significa nulla; indi si pone un dito sulla bocca, quasi a significare un suggello, poi disegna sopra la propria testa un cerchio invisibile e a quello fa segno col dito, indicando una stella segreta e lontana negli spazi, che egli non vede ma soltanto intuisce; quel tale stia pur certo che gli stessi gesti furono fatti da decine di migliaia di esseri prima di lui, e che tutti – come me ora – non riuscirono tuttavia a essere in qualche modo solitari nel vuoto e nel nulla della vita”.

Una fonte che salva
Grande lirismo, in quelle parole. Quasi una laica professione di fede, amplificata da una scena corale in cui tutti tutte le anime tracciano su loro stesse il simbolo del bimillenario “credo” che ha cambiato il mondo. Eppure, l’”Epifania” di Lagerkvist/Arrigoni, il cammino verso quella stella indicata da una mano tesa verso la luce, non si conclude con la contemplazione della gloria di Cristo. Ma con una sorta di “reductio ad unum”, di immersione in quella fonte che – unica tra tutte le realtà cosmiche – è in grado di salvare l’uomo dalla sua naturale attrazione verso il baratro della solitudine, del nonsenso.

Progetto vincente
Meno di un’ora e mezza per riflettere. Uno spettacolo di qualità. E l’ennesima conferma: non ci sono bravi o cattivi attori. Ma solo bravi o cattivi maestri. Scroscianti gli applausi per la Compagnia del teatro San Domenico, l’involucro in cui si è dipanato l’impegno artistico dei 18 ragazzi. Vivo l’apprezzamento per gli scenografi e i tecnici dell’Accademia santa Giulia di Brescia, dal regista coinvolti nel progetto. E condiviso l’auspicio conclusivo dello stesso Arrigoni: “Arrivederci all’anno prossimo. Almeno, speriamo!”.
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