19-03-2016 ore 13:03 | Rubriche - Storia delle religioni
di don Emilio Lingiardi

Giuseppe, il giusto di Nazareth. Il testimone del silenzio operoso e della responsabilità della famiglia di Dio

Mi ha sempre colpito la figura di San Giuseppe per caratteristiche esemplari per la vita cristiana: anzi tutto il silenzio. Di Giuseppe il Vangelo non ricorda nessuna parola, nessuna espressione, mentre tutti parlano e hanno qualcosa da dire o contestare. Da buon ebreo ricordava l'invito del salmista: “sto in silenzio davanti a Dio”. Anche per chi vorrebbe la fede espressa in parole o ragionamenti, il silenzio adorante resta il vero atteggiamento di fronte al mistero.

 

Il giusto
Tutto il mistero di questo uomo si riassume, secondo il Vangelo di Matteo, nell'aggettivo giusto. Fosse stato un uomo di legge, avrebbe denunciato Maria come adultera alla sinagoga di Nazareth, suo paese, e Maria con Gesù bambino sarebbe stata lapidata. Ma come Abramo, si affida a Dio che interviene nella sua notte di incomprensione e chiarisce il mistero della maternità verginale di Maria. Gli viene però affidata la custodia della sposa e del bambino che sta per nascere, al quale darà il nome di Gesù.

 

Il lavoratore
Nella sua umiltà nascosta ha lavorato con mani sudate e callose al banco artigianale di Nazareth, fabbro e falegname, per dare alla sua famiglia condizioni di vita serena e tranquilla. Nel suo ruolo educativo di padre ebreo ha insegnato a Gesù la Sacra Scrittura, l'ha portato ogni sabato in sinagoga, e gli ha insegnato un lavoro che lo stesso Signore compirà fino a 30 anni.

 

Il maestro

I ragazzi di Nazareth conoscono molto bene questa tradizione in merito al lavoro: un giorno, verso gli 8 anni, Gesù ha chiesto a sua papà di insegnargli un lavoro. E Giuseppe in risposta l'ha portato a incastrare due piccoli legni così da formare il “tau”, ultima lettera dell'alfabeto ebraico, ma anche richiamo alla croce. Di fronte a quella vista Giuseppe è scoppiato in pianto e Gesù l'ha consolato assicurandogli la sua partecipazione al mistero della Croce su cui sarebbe salito al termine della sua missione pubblica.

 

Il giglio
Nei nostri giardini fiorisce in questi giorni un piccolo narciso, chiamato “Giglio di San Giuseppe”, che ricorda il suo bastone fiorito quando a 18 anni è stato invitato al Tempio di Gerusalemme per rivelare la sua disponibilità a prendere sposa Maria. Mentre i bastoni degli altri 11 concorrenti sono rimasti secchi, il suo bastone è fiorito in un giglio, sia per il nome di Nazareth, che vuol dire “giglio di Galilea”, sia per la simbologia floreale che dice “apertura alla volontà di Dio”. Con lui ricordiamo oggi tutti i papà perché siano nel bastone di Giuseppe, guida per la loro famiglia, riferimento sicuro per il cammino dei figli, testimoni di apertura generosa verso tutte le persone piagate e ferite della vita.

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