15-03-2017 ore 15:38 | Rubriche - Costume e società
di Giancarlo Alviani

In posa. L’eleganza iconica del divismo: dal cinema muto ai ritrattisti di Hollywood

I gusti e le tendenze della moda cambiano, ma l’interesse per un certo trascorso nostalgico e rétro permane. Anche televisione, pubblicità e musica continuano ad attinge dall’allure delle star dell’età d’oro di Hollywood. La fotografia sa far sognare, affascinare e creare un personaggio, ma è nel passato del cinema che c’è stato chi, per primo, ha capito il valore iconico dei volti in fermo immagine. A partire dalla metà degli anni venti – e sino agli anni sessanta – le major diedero ai rispettivi artisti quei tocchi inequivocabili di glamour che hanno contribuito a creare dei personaggi.

 

Sconosciuti perfetti

Prendiamo Marylin Monroe, Marlon Brando e Shirley Temple. O magari Gloria Swanson, Bette Davis, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Elvis Presely e Cary Grant, fino ai nostri Alida Valli, Sophia Loren (nella foto insieme a Grant) e Marcello Mastroianni. Sono solo alcuni nomi di questo firmamento, un cosmo di sguardi magnetici e sensuali, ipnotici ed estranianti. Questi inalterati modelli d’ispirazione per i professionisti dell’immagine di oggi furono il frutto dell’idea che gli studios hollywoodiani volevano costruire su perfetti sconosciuti. Si prenda il caso di Katharine Hepburn, che inizialmente non possedeva l’appeal di altre star. Il suo studio affidò a Ernest Bachrach il compito di trasformala e raffinarla. Ne nacque una leggenda di esondante intensità emotiva, dotata di uno sguardo severamente dolce che ricorda il vento salubre su un mare senza sole.

 

Le origini: il cinema muto

Ma è il divismo italiano ad avere le origini più lontane, partendo addirittura dal cinema muto. Sino all’avvento della televisione i film si vedevano solo in salotto. Le immagini scattate sul set andavano a rinforzare il rapporto tra il pubblico e le star, grazie a riviste, rotocalchi e poster. Seguire la costruzione di questi miti dell’immaginario collettivo è come riscrivere la storia del cinema attraverso l’opera dei fotografi e dei ritrattisti di scena. Quando un’attrice o un attore iniziavano a diventare famosi, gli studios americani si impadronivano del loro ruolo e creavano i segni esteriori del nuovo personaggio.

 

Fellini e il divismo italiano

“Mai essere umano, mai essere femminile, seppe tramutarsi così profondamente nelle linee, nelle espressioni” scriveva Matilde Serao, la prima donna ad aver diretto un quotidiano in Italia. In queste parole c’è forse il significato di quel fenomeno che investì la nostra cinematografia, per oltre 100 anni, con l’apice che raggiunto nella splendida Italia de La dolce vita, ovvero il Divismo. Va ringraziato Fellini, per aver lasciato con quel film la testimonianza di un fenomeno socio-culturale tanto evanescente quanto determinante in fatto di gusto, costume ed economia.