26-11-2017 ore 15:54 | Cultura - Milano
di Lidia Gallanti

Lucio Fontana. Environments, viaggio dietro le quinte dove nascono le opere effimere

Chissà come hanno fatto. Capita spesso di chiederselo quando si osserva un’opera d’arte in grado di superare aspettative e immaginazione. Così è stato per Environments, allestimento dedicato al padre dello spazialismo Lucio Fontana visitabile al Pirelli HangarBicocca fino al 25 febbraio 2018. Dopo aver passeggiato negli ambienti spaziali con i visitatori abbiamo deciso di fare un salto nel backstage per conoscere il team che ha realizzato fisicamente il tutto. Per gli architetti associati di Co3 progetti non è il primo lavoro in ambito museale: dopo la mostra Anima di gomma (2011) presso la Triennale di Milano hanno partecipato alla ristrutturazione di alcuni ambienti dell'Hangar nel 2012. L’ultimo lavoro in ordine di tempo risale al 2015 per Double Bind and Around dello scultore spagnolo Juan Muñoz.

 

Tra arte e architettura
L’incarico della fondazione Pirelli arriva a fine 2016, con la richiesta di realizzare le restituzioni grafiche dei lavori di Lucio Fontana partendo da schizzi, disegni e lettere dell’artista, messe a disposizione dall’omonima fondazione e da gallerie di tutto il mondo. “Come noto – spiega Federico Colletta, referente del team Co3 - si tratta di opere effimere, che quasi sempre venivano distrutte al termine dell'esposizione. I documenti raccontano cosa accade dentro gli ambienti, ma danno solo qualche indizio su come riprodurli”. La ricostruzione avviene in stretta collaborazione con le curatrici della mostra, che con la fondazione hanno approvato il progetto esecutivo. Come sottolinea Colletta, l’intervento degli architetti è complementare: "il nostro sguardo è neutrale, ciò che ci interessa non è tanto resa artistica ma come ricostruire il tutto".

 

Dalle carte al cantiere

Otto mesi di tempo per ricostruire undici ambienti, dalla pianta ai dettagli minuti. Le caratteristiche del capannone hanno consentito di creare l'atmosfera adatta ad accogliere le installazioni site specific, racchiuse in ambienti di legno leggero simili a casse d'imballaggio disseminate lungo il percorso. "Ogni opera ha la sua difficoltà tecnica, non è semplice ricreare sensazioni: per esempio l'Ambiente spaziale 5 ha un pavimento molto morbido, ma la casa che ha prodotto il materiale utilizzato per il Walker art center di Minneapolis nel 1966 non esiste più. In altri casi siamo riusciti a risalire alle ditte che hanno fornito il materiale a Fontana, dalla tappezzeria alla moquette, in particolare le luci hanno gli stessi colori scelti dall’artista cinquant’anni fa”. Nel mese di agosto si passa dalla teoria alla pratica: "un anno di studio e solo un mese per costruire tutto, o la va o la spacca”, racconta l’architetto. La vera sfida si chiama Italia 61, l’opera a luce verdeazzurra che chiude il percorso: "l'originale era molto più piccola degli spazi a disposizione, così abbiamo studiato un ponteggio speciale, una ragnatela di tubi metallici per sostenere il peso di un chilometro di cavi necessari a sospendere i neon colorati”.

 

In migliaia per Fontana

Il banco di prova è ancora una volta il pubblico: "Possiamo dirci soddisfatti, ogni fine settimana si conta qualche migliaio di visitatori. A Milano Fontana gode di fama particolare ma non erano mai state ricreate le sue opere spaziali, finora considerate perdute”. La sperimentazione potrebbe tradursi in un catalogo, che possa essere la base per successivi studi e ricostruzioni.

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