18-02-2017 ore 19:08 | Cultura - Incontri
di Andrea Baruffi

Crema. Con Chirù la scrittrice Michela Murgia si racconta al Caffè letterario

Da Chirù ad Accabadora passando per Il mondo deve sapere e Futuro interiore. Dai maestri alle donne, dalla famiglia alla politica, dai precari all’architettura. Sullo sfondo la terra sarda. Sono solo alcuni dei temi affrontati da Michela Murgia, ospite del Caffè letterario a Crema. La scrittrice è stata intervistata da Tiziana Cisbani. Ad arricchire la serata gli intermezzi musicali curati dagli alunni della classe Imparerock dell’istituto Folcioni (nelle immagini).

 

Rapporto tra generazioni

“Maestro non è il maschile di maestra in Italia. Maestro vuol dire insegnante delle elementari, direttore del coro o dell’orchestra, chi gira film in modo competente e chi, più in generale, esprime un’eccellenza. Maestra invece vuol dire insegnante delle elementari e basta. Sembra quasi che l’autorevolezza al femminile non possa essere declinata. Siamo poco abituati a pensare che una donna possa esprimere autorità e talento”. Così ha esordito Michela Murgia presentando il suo libro Chirù. La trama propone un adulto che si prende un giovane come allievo e lo accompagna nel percorso della vita. La novità del rapporto è che il maestro è una donna “che non ha alcuna funzione di ruolo con il ragazzo”, non è un’insegnante, un’amica di famiglia o una parente. Il rapporto tra generazioni diverse non caratterizzato dai ruoli è il primo dei tabù che viene sfatato. Chirù più che un romanzo è stato definito un “saggio” o un “pamphlet”.


Figli non riconosciuti

Tutte le famiglie presenti nel libro “sognano gli incubi dei figli, nonostante siano convinte del contrario”. Chirù, aspirante violinista diciottenne, arriva da una realtà borghese. Il padre – farmacista da tre generazioni – e la madre – dirigente del servizio dogane – hanno grandi ispirazioni per il figlio. Lo iscrivono al conservatorio solo perché ritengono che mandarlo a calcetto sia troppo snob. Il sogno dei genitori si infrange però nel momento in cui il ragazzo capisce che suonare il violino può essere una professione e non solo un hobby per persone benestanti. Questo in parte avviene anche per Michela Murgia. Quando alla mamma chiedono quale sia il lavoro della figlia lei risponde: “niente, scrive”, poiché “non è considerato trasformare una cosa piacevole in un lavoro”. Di contro Eleonora, attrice famosa trentottenne, vive in una famiglia con un padre autoritario, violento e un fratello con il quale non c’è solidarietà. Sia Eleonora che Chirù sono “due figli non riconosciuti, cresciuti in una famiglia che non li vede”, per questo nonostante i vent’anni di differenza si riconoscono perché “hanno la stessa ferita di non essere riconosciuti”.


Accabadora e la cura dell’altro

I riti e la cultura della Sardegna sono emersi parlando del libro Accabadora, vincitore del premio Campiello 2010. Accabadora è un termine sardo con matrice spagnola. Identifica “colei che finisce, la donna che mette fine alla vita delle persone in agonia”. Esegue questo atto “con l’autorizzazione della comunità o dell’agonizzante stesso”. Un racconto che mette in luce “la cultura del prendersi cura dell’altro”. La società odierna non partecipa più ai passaggi della vita di una singola persona. Da questo ne consegue che il campo educativo e gli interventi per la crescita degli altri si sono notevolmente ridotti.


Lavoro e “pedagogia urbana”

Anche il tema della precarietà di molti lavoratori è stato affrontato. Tra le attività svolte da Michela Murgia, oltre a portiere notturno d’albergo, c’è anche quella di telefonista di un call center per proporre la vendita dell’aspirapolvere Kirby. Da quest’esperienza è nato il primo libro Il mondo deve sapere . Durante la conversazione non è mancata poi una parentesi sul valore politico della bellezza e il potere dei luoghi di incidere sui comportamenti. Questi argomenti sono trattati nel libro Futuro interiore. Ai palazzi di Quarto Oggiaro a Milano e del quartiere sant’Elia di Cagliari la Murgia avvicina gli esempi dell’Istituto del mondo Arabo di Parigi e la Salaborsa di Bologna, due spazi pubblici che testimoniano la funzione della “pedagogia urbana”.

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