20-03-2017 ore 20:21 | Cronaca - Crema
di Stefano Zaninelli

Cannabis terapeutica, tra disinformazione e tabù. Vitali: “legalizzazione già avvenuta”

Era il 2013, il Sativex faceva il suo ingresso sul mercato italiano. Si trattava del primo farmaco che sfruttava i principi della cannabis a scopo terapeutico, in quel caso per combattere la spasticità degli affetti da sclerosi multipla. Sono passati 4 anni da allora. Nel settore farmaceutico la mole di ricerche sul tema è cresciuta; da fine 2016 lo Stato si attivato nella coltivazione di cannabis da destinare alla produzione farmaceutica. Nondimeno sul tema c’è ancora molta confusione, specie a livello mediatico: “la cannabis terapeutica è già liberalizzata, perché il Sistema sanitario nazionale consentire ai medici di prescriverla”, spiega il dottor Davide Vitali, chimico e tossicologo della Farmacia Bruttomesso.

 

Poca informazione

Come in altre città d’Italia, anche a Crema si lavora sulla produzione di farmaci a base di cannabinoidi. Tuttavia, il laboratorio guidato da Vitali è l’unico in tutta la provincia, e uno dei pochi in Lombardia, ad occuparsi di questo tipo di prodotti farmaceutici. “Ad oggi il grosso problema è passare le informazioni fondamentali agli addetti ai lavori – dettaglia Vitali – perché l’informazione specifica sulla gestione del farmaco sono a macchia di leopardo. Stranamente la Regione non è tra i riferimenti nazionali in materia di cannabis terapeutica; altre regioni, invece, hanno già stipulato la convenzione con il Sistema sanitario nazionale per la distribuzione gratuita”.

 

Le modalità di utilizzo

A livello terapeutico i cannabinoidi trovano applicazione in diversi trattamenti, dalla Terapia del dolore al supporto chemioterapico. Vengono prescritti come farmaci di ultima istanza, quando le necessità terapeutiche non possono esser soddisfatte da farmaci tradizionali. Tre le forme principali in cui li si può trovare: cartine per decotto (le più diffuse); prodotti per l’inalazione da utilizzare con appositi vaporizzatori, ad oggi prodotti in Germania; forme orali come capsule ed oli – proprio nella produzione di oli il laboratorio della Farmacia Bruttomesso è stato il primo a sviluppare un metodo per la quantificazione del farmaco contenuto nel solvente, lavorando a stretto contatto con la Tossicologia pavese e la Guardia di finanza di Milano.

 

Problemi e limiti di utilizzo

Poca però è la consapevolezza nell’utilizzo di tali farmaci. Un esempio viene dall’assunzione dei decotti: “per l’attivazione del farmaco il calore è fondamentale – chiarisce Vitali – ma ciò che va assunto è l’infiorescenza; il medico, che non ha una visione chimica del farmaco, lo faceva filtrare e così l’infiorescenza finiva nel cestino”. E se il trattamento cannabinoide non è certo esente da problemi tecniche – dalla difficoltà di reperimento dei vaporizzatori alle questioni legislative legate all’assunzione di stupefacenti farmacologici – anche a livello terapeutico può presentare alcuni limiti, legati alla mancanza di risposta nel paziente, alle inadeguate prescrizioni per mancanza di conoscenza e al conflitto di diritti: in Emilia, Toscana e Piemonte i decotti di cannabis vengono prescritti, mentre in Lombardia c’è ancora una certa ritrosia che rischia di creare differenze tra pazienti.

 

La farmacia torna all’origine

In tutto ciò l’azienda farmaceutica trova una nuova ragion d’essere: “era arrivata ad essere un mero dispensatore di farmaci – commenta Marco Bruttomesso, titolare dell’omonima farmacia – ma ora che la sanità è al semi-collasso molti sono costretti a lottare per i clienti e battagliare sugli sconti. Noi abbiamo deciso di tornare a fare ciò per cui farmacia era nata, unendo al contempo la necessità commerciale a quella di un ambiente lavorativo dove sono presenti figure professionali che sviluppino quanti più rami d’azienda e servizi. Partecipiamo il meno possibile alle diatribe tipiche del mondo della farmaceutica, cercando di mettere a disposizione idee e capacità sia nei confronti dell’utenza che delle altre farmacie e realtà sanitarie”.

 

Una questione di buon senso

Un’ultima questione rimane in sospeso, ossia la realtà locale. “Molte delle persone che vengono a chiedere informazioni siamo costretti a mandarle fuori dall’area Lodi, Crema, Cremona e Mantova – aggiunge Vitali – perché qui si è deciso che il concetto è tabù. Ciò origina un duplice problema: da una parte non si vuole prescrivere il trattamento, dall’altra è scorretto indicare i siti che invece lo fanno, perché si sdogana l’idea che il paziente possa autodiagnosticarsi e cercare da sé la cura. È diventato un fenomeno di costume, che non considera come il presupposto sia la necessità farmaceutica, null’altro”. Quanto poi alla diffidenza di alcuni operatori sanitari, “devono capire che è il loro datore di lavoro che sta producendo cannabis – conclude Vitali – dunque la prescrizione, ove necessaria, è solo una questione di buon senso”.

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