08-11-2013 ore 14:05 | Spettacoli - Musica
di Emanuele Mandelli

Vecchioni emoziona e incanta a Crema. Convincono i pezzi del nuovo disco, che arriva come una terapia dopo la malattia, con gli arrangiamenti del cremasco Lucio Fabbri

“Se cominciate così stasera sarà assai lunga”, sono le prime parole di Roberto Vecchioni sul palco del teatro San Domenico, dopo il lunghissimo applauso che accoglie la prima canzone. Un vecchio brano, L’ultimo spettacolo, chiudeva Samarcanda, il disco del 1977 che lo consacrò nell’olimpo del cantautorato italiano. Un pezzo dolente, come dolente è stata la vita del professore negli ultimi anni per un tumore al rene di cui non fa mistero, e di cui anzi parla nelle canzoni del nuovo disco, presentato per la prima volta a Crema.

L’ultimo spettacolo prende il via
Ma per arrivare ai pezzi di Io non appartengo più c’è tempo. Sono quasi tutti concentrati nel secondo tempo dello spettacolo. Nella prima parte, soprattutto all’inizio, una raffica di pezzi storici. “E non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto però scendendo perdo i pezzi per le scale, e chi ci passa su, non sa di farmi male”, canta nel pezzo di apertura già citato. Con un emozione quasi sospesa ma palpabile che confesserà a fine concerto. E il pubblico, tantissimo mai visto un San Domenico così colmo, ascolta in silenzio e alla fine c’è quasi un attimo sospeso prima del primo di una serie di applausi.

La musica come terapia
Giacca blu sportiva, jeans, camicia e magrissimo. E’ il “solito” professore che conosciamo bene. Ma dalla sua ha un nuovo disco che contiene una manciata di canzoni che entreranno di diritto tra i suoi pezzi migliori. Non è la prima volta che un disco di Vecchioni arriva dopo una brutta avventura fisica. Nel 1991 Per amore mio era arrivato dopo un infarto. Sembra quasi che la musica sia la sua terapia. E allora via la giacca, manche arrotolate e sotto con la musica.



Classe cantautorale
E al contrario della classe cantautorale italiana di cui fa parte ha ancora una grande voglia di salire sul palco. Si vede benissimo. Fossati e Guccini si sono ritirati, De Gregori canta nel nuovo disco del disinteresse verso i fan che lo fermano per strada e Vecchioni dice: “quando uno ti confessa che il verso di una tua canzone sembra scritto per lui, quella è la più grande soddisfazione di chi fa questo mestiere”.

Parabola artistica
Un mestierante quindi? Forse. Ma le 22 canzoni che propone in questa data zero che saranno la scaletta del tour nei teatri che partirà ufficialmente nei prossimi giorni sono la summa di un percorso artistico iniziato in sordina nel 1971. Parabola, l’esordio, non era certo un capolavoro. E questa forse è la differenza tra la classe cantautorale degli anni ’70 ed i ragazzi usa e getta di oggi. Vecchioni si fece le ossa scrivendo per altri e con i primi 5 dischi che erano “di rodaggio”, oggi saresti licenziato in tronco dalle case discografiche dopo il primo disco non di successo.

La vita moderna
E sulla velocità della vita moderna intavola uno dei suoi monologhi che ogni tanto infila tra una canzone e l’altra. Divertente e un po’ demagogico. “Sarebbe ancora disposto oggi Voltaire a dare la vita perché tutti possono esprimersi, anche quelli che scrivono su Twitter che hanno portato il cane a pisciare alle 5 del mattino?”, nel giorno del collocamento in borsa del social network dei cinguettii è una dichiarazione di intenti di un modo di vedere la vita da parte di uno che è arrivato a 70 anni e canta, in uno dei brani più sentiti del nuovo disco, “dammi ancora un anno per ricordare”.



La politica
Si è detto che è stato tra i candidati al Nobel per la letteratura. Non si sa se è vero. Di certo il brano che da il titolo al disco nuovo è di un lirismo assassino. Io non appartengo più, e poi una sequela di considerazioni e accuse per un brano che lui ha dichiarato non essere politico ma che ricorda nell’invettiva terribilmente il qualunquista Gaber di Io se fossi Dio, che sparava sul mondo. Qui i riferimenti alla politica odierna ci sono tutti. “Io non appartengo a un tempo che non mi ha insegnato niente tranne che puoi esser uomo ma non diventare gente”, canta, e il riferimento ad un certo qualunquismo della politica moderna è evidente.

L’ottimismo delle donne
Di certo c’è un lato di ottimismo da parte del cantautore che scaturisce nei testi del nuovo disco. Quello verso il mondo femminile. Due madri è una storia di una famiglia formata da due lesbiche, ispirata alla vicenda personale di sua figlia, che strappa applausi e urla di approvazione da parte del pubblico e uno stupito, “non credevo di vedere questa reazione, in fondo ognuno deve sentirsi libero di amare chi vuole”. Le mie donne sembra il giusto proseguo a Le mie ragazze. E’ dedicata a Franca Rame e cita nel testo Simone de Beauvoir, madre Teresa, Rosa Luxemburg. E poi la toccante Wisława Szymborska dedicata alla poetessa polacca premio Nobel.

I vecchi successi
Il pubblico ovviamente aspetta anche i vecchi brani da cantare in coro. I due brani simbolo di Vecchioni arrivano nei bis e hanno facce diverse. Luci a San Siro quasi sussurrata e ancora terribilmente attuale e ad ogni anno sempre più triste, e Samarcanda il gran finale pirotecnico, il brano che apriva il disco del 1977 citato all’inizio. Ma un plauso va a nostro parere alla trascinante Velasquez brano del 1976, era su Elisir, dedicato a Diego Velázquez de Cuéllar. Un brano in cui si sale su una nave del conquistador spagnolo che ha mantenuto quell’arrangiamento un po’ tagliente degli anni ’70 con la chitarra elettrica a fare da contrappunto al cantato.



Lucio Fabbri guida il gruppo
Una chitarra elettrica suonata da Lucio Violino Fabbri. Il cremasco è il produttore del nuovo disco di Vecchioni ed è con lui sul palco a dirigere un gruppo compatto e quadrato. Quasi indispensabile senza troppi fronzoli. Basso, chitarra, batteria, due archi e Fabbri che suona… di tutto. Dal pianoforte al violino, ma poco, anche se l’assolo che chiude Dentro gli occhi è spettacolare. Si perché a supportare il professore in questo tour che ha preso il via da Crema c’è anche un grande tessuto musicale. Mai invadente ma perfetto per la sua voce dolente.

Quando Sanremo bussò
Una voce dolente che tocca il suo picco in Chiamami ancora amore. Il pezzo che ha vinto Sanremo due anni fa. Prima di eseguirlo racconta di come l’amico Gianni Morandi gli chiese di partecipare alla kermesse. E racconta di come decise di mettersi in gara, il primo e l’unico dei cantautori di sinistra. Si, si definisce ancora così, che hanno sempre snobbato il nazionalpopolare.

La coerenza
“Perché bisogna andare dappertutto rimanendo sempre se stessi”, e di certo lo ha fatto due anni fa a Sanremo cantando di quella notte che dovrà pur finire, dove in tanti ci hanno visto la crisi mondiale, la primavera araba, e mille altre cose. E lo ha fatto ieri sera sul palco del San Domenico portando un bello spaccato di musica popolare italiana. Quella musica che non deve scomparire sotto il maglio del plastificato usa e getta dei talent show e che il folto pubblico adorante ha dimostrato essere ancora vitale e attuale.